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Cultura

MARCO AURELIO

LIVIO GHIRINGHELLI - 28/06/2019

marco_aurelioMarco Aurelio suole essere ricordato come l’ultima figura di rilievo nell’ambito della Stoa, anche se in tale quadro il suo pensiero non si esaurisce.

Nato a Roma il 26 aprile del 121 d.C. da famiglia patrizia della Betica (Spagna meridionale) vantava per parte di padre la discendenza da Numa Pompilio, mentre la materna era di rango consolare. Del padre Marco Annio Vero soleva citare come doti precipue riserbo e fermezza; alla madre si ispirava per sentimento religioso, generosità, semplicità di vita. Tra i maestri illustri Diogneto.

Assume la toga virile nel 136, gli è maestro di greco Erode Attico, di latino Marco Cornelio Frontone. Questore nel 134, assume l’imperium pro consulare maius nel 139-140 ed è console nel 140 con Antonino Pio. Si afferma come princeps iuventutis, comandante dell’ordine equestre.

Sua massima: “Nello stesso luogo dove è possibile vivere, è possibile anche vivere come si deve; ma si può vivere anche a corte, quindi è possibile vivere come si deve anche a corte”. Nel 145 è console per la seconda volta. Dall’oratoria alla filosofia gli sono punto di riferimento fondamentale le Diatribe di Epitteto.

Prima di 14 figli gli nasce nel 147 Domizia Faustina Aurelia. Nello stesso anno gli viene conferita la tribunicia potestas. Nel 161, morto Antonino Pio, gli succede come imperatore e Marco Aurelio Augusto è anche Pontifex maximus.

Si associa nella suprema carica Lucio Vero. Una grande epidemia di peste imperversa nel 167. Due anni dopo i due imperatori devono impegnarsi contro le incursioni dei Quadi e dei Marcomanni, popolazioni germaniche.

Nell’ultimo decennio del regno Marco Aurelio scrive i Pensieri (Tàeisheautón). Nel 176 si associa al trono imperiale il figlio Commodo, di ben altra statura morale e politica. Consegue il 23 dicembre 176 il trionfo per avere battuto Germani e Sarmati. Nel 178 risulta decisiva la guerra contro le tribù transdanubiane. Muore il 17 marzo 180, cremato, le sue spoglie riposano nel Mausoleo di Adriano.

Stoico perfetto, Marco Aurelio ascende al ruolo di grande saggio. Non tradisce vincoli di sistema ed è privo di ogni dogmatica. Incarna il Logos, regola e ragione universale. Onnipotente, tutto ciò che desidera realizza, tutto quello che fa diviene un paradigma, è un modello. Risulta chiaro che rispetto ai Greci, in cui il registro dell’utopia è ben collaudato, i Romani sogliono modificare in senso concreto il concetto di saggio.

L’impegno politico è predicato dallo stesso Crisippo. Lo stolto invero va alla ricerca della popolarità. C’è l’abbandono dell’ideale intellettualistico(basta conoscere il bene per attuarlo!). La virtù non è solo teorica, ma anche pratica (Musonio, I sec.). Fondamentale è la dimensione del presente, legato strettamente al tema della morte, straordinaria libertà dal mondo,dimensione consolante in quanto elemento naturale e di natura.

Il distacco cancella le passioni. “Qualunque cosa ti accada, è stata preparata dal fondo del tempo”. Mentre Orazio pone l’accento sul piacere fuggente, Marco Aurelio sul fuggente, onde l’invito al distacco e al disincanto. Bisogna esercitare il mestiere di uomo piuttosto che comprendere la ragione dell’universo.

I vecchi stoici connettevano saldamente l’assenso al determinismo naturale. La natura influenza non solo i fatti naturali, ma anche gli stati psicologici. Per Marco Aurelio invece la necessità naturale non ha effetto sulla coscienza (carattere valutativo dell’assenso che è libero, indipendente dalle cose e dalla loro inesorabile connessione, dal determinismo cosmico).

 Marco Aurelio oscura l’assenso come fondamento della conoscenza, mentre lo illumina come direttore della condotta morale. L’intelletto etico, rinserrato in se stesso, è protetto da ogni insulto della sorte e tentazione dei sensi. Le cose non toccano l’anima. L’assenso non porta alla conoscenza del mondo, bensì a uno stimolo interiore, che rende l’io sempre più libero. La psyche è distinta in anima vera e propria e intelletto, che assume le funzioni dell’egemonico (anima predominante, ma soprattutto ha il ruolo di guida morale). Alle cose è precluso l’accesso all’anima del saggio. L’uomo deve scegliere sé e non le cose. L’intelletto, libero da passioni, diventa una cittadella.

Marco Aurelio viveva di un continuo impegno ed esercizio, costruiva se stesso separandosi dal resto delle cose. Un legame connette tutte le cose del mondo in reciproca relazione ed il vincolo che le unisce è sacro.

Ogni particella in armonia con l’universo armonizza noi stessi. Io provo gioia quando mantengo il mio egemonico (intelletto superiore), la mia individualità. I Pensieri sono raccolti in dodici libri di meditazioni dal taglio aforistico, non destinati alla pubblicazione.

Salito al trono piuttosto controvoglia, costretto dagli eventi, Marco Aurelio non sperava certo nella Repubblica di Platone, ma si accontentava pervicacemente anche di un minimo miglioramento.

Non promosse importanti riforme istituzionali. Per lui filosofare era come l’arte del vivere. Per Ernest Renan scrive come un terapeuta il suo vangelo eterno. Rivalutava la legge positiva dello Stato come espressione del Logos.

“Siamo nati per la cooperazione, l’agire gli uni contro gli altri è dunque contro natura. Giacomo Leopardi (Zibaldone) ravvisava nel suo pensiero un documento di vita dedicato al servizio del prossimo in un secolo inclinante alla barbarie, padre dei suoi popoli. Nonostante il suo cupo pessimismo ha fede nella Provvidenza universale e nutre un’universale benevolenza per l’umanità. Alla conclamata insignificanza dell’uomo fa corrispondere una indefessa azione a suo favore. Un’ombra: coi suoi decreti fa ricercare d’ufficio i cristiani, dando loro una caccia in quasi tutto il territorio dell’Impero. Imputava loro una impenitenteirrazionalità, perseguendo soprattutto i montanisti per i loro caratteri antisociali nella paura che l’impero si sfasciasse.

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