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Attualità

COME ANTIGONE

MANIGLIO BOTTI - 05/07/2019

antigoneDa una parte, parafrasando una famosa poesia di Walt Whitman e prendendo lo spunto dalle scene finali di un film altrettanto famoso – l’Attimo fuggente di Peter Weir –, mentre qualcuno vorrebbe salire sui gradini più alti, l’invocazione: O Capitana! Mia Capitana!; dall’altra, personaggi usciti dalla suburra urlano invece: Zoccola! Vattene via non questi negracci!

E per carità di patria, meglio non aggiungere altro.

L’ingresso nel porto di Lampedusa di Carola Rackete, comandante della nave della ong Sea Watch, dopo giornate di giri e soste e attese nel Mediterraneo con a bordo una quarantina di profughi, non finisce proprio nel plauso, anzi addirittura l’approdo ha termine contro una motovedetta della Guardia di finanza. Ma i quaranta ex naufraghi sono salvi.

Eroina o – come l’ha chiamata il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini – sbruffoncella? Il dibattito e aperto.

E i social – i giornali sono andati giù più cauti – imperversano. Gli ex ct della Nazionale di calcio, di cui l’Italia è piena, all’improvviso sono tutti diventati esperti di navigazione e di diritto marittimo. Mai come stavolta la folta platea s’è divisa: da una parte il “capitano”, assurto ai vertici della nazione dopo una vita – una giovane vita – trascorsa ai microfoni di Radio Padania e nelle pizzerie con gli amici della Lega a “far politica”, nelle chiacchiere; e dall’altra una “ragazzina” studiosa della vita degli albatros e che faceva esperienza nel Mare Artico con una nave rompighiaccio. Difficile definirle vite parallele, se non fosse per la giovane età di entrambi (Carola di più). Nel mezzo i migranti che lasciano i lager libici con una meta negli occhi e nel cuore: l’Europa e prima di essa, almeno geograficamente l’Italia.

È possibile, anzi probabile, che si continuerà a parlarne a lungo. Perché magari altre navi di altre ong si porteranno davanti a Lampedusa con i loro carichi di varia umanità.

Ma un fatto curioso, a proposito del confronto della capitana Carola con il capitano Matteo ha occupato e indotto a perlustrare le schermate dei social. E ciò a seguito di un intervento di Roberto Vecchioni sulle pagine del giornale Repubblica, là dove Vecchioni – cantautore affermatissimo e celebrato, ma anche (fino a qualche anno fa) insegnante di latino e greco in uno dei più importanti licei classici milanesi – ha voluto intravedere nella figura di Carola uno dei personaggi più noti delle antiche tragedie greche, l’Antigone di Sofocle.

Ebbene, quel “comunistaccio” di Vecchioni (le sue simpatie per la sinistra in genere sono conosciute e non sono mai state celate) è stato rimbrottato per il paragone (ancora su Repubblica) non già da un docente universitario conoscitore e studioso dei Tragici ma da un giovane studente di giurisprudenza, un certo Andrea, il quale con dottrina e cipiglio l’ha (l’avrebbe) messo nell’angolo, con la massima goduria dei navigatori del web, per lo più di destra e forse simpatizzanti del Salvini.

Senza entrare specificatamente nel merito della vexata quaestio, confessiamo che anche noi antichi studenti di liceo classico e in qualche maniera lettori delle tragedie greche, avevamo ipotizzato una somiglianza tra le vicende della giovane Carola con quella, ben più scolpita e lontana nel tempo, dell’Antigone di Sofocle.

Premesso che un dibattito tra le due storie – una è una storia di cronaca attuale, l’altra una rappresentazione tragica della vita di quasi venticinque secoli fa – lascia un po’ il tempo che trova, ci sembrava che il confronto Antigone-Creonte, zio della donna e tiranno di Tebe, richiamasse un po’ il confronto odierno Carola-Matteo (è stata una delle prime cose che ci sono venute in mente, e lo studente di giurisprudenza Andrea, il bacchettatore di Vecchioni, ci vorrà perdonerà), se non altro per la dura comparazione tra la legge dello stato/città (per Creonte il rifiuto di dare sepoltura a Polinice, fratello di Antigone, traditore della patria, pena la lapidazione, e per Salvini i porti chiusi e il rifiuto di dare accoglienza ai quaranta profughi trasportati da Carola) e la legge del cuore, di salvezza e di solidarietà, una legge degli affetti – così stava scritto sui libri – “immutabile e eterna”.

Antigone – in ciò m’è parsa somigliante a Carola – decideva di sacrificare sé stessa, i suoi disegni di speranza. “Antigone – scriveva il professor Raffaele Cantarella in uno dei manuali che credo abbiano accompagnato i pensosi (e penosi) studi di generazioni di studenti liceali – (è) la più pura figura di donna (ndr: ecco, è anche una donna) del dramma greco… Pura intatta, altera (ndr: la sbruffoncella), tutto sacrifica al suo dovere…”.

Quel che forse non ricorda bene o non dice lo studente Andrea, e magari anche il bravo Vecchioni, è che nella tragedia di Sofocle, il quale non parteggiava per nessuno, tutti alla fine escono sconfitti: Antigone che non riesce a convincere lo zio Creonte e che si impicca nella grotta dove era stata condotta prigioniera; Emone, il figlio di Creonte, e promesso sposo di Antigone, si suicida dopo la morte dell’amata; e pure si uccide Euridice, madre di Emone e moglie di Creonte… Una strage che non può certo indurre il “capitano” Creonte a cantare vittoria.

Tragedie nella tragedia, che è poi la tragedia della vita.

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