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Opinioni

MINISTRO DELL’INTERNO

ANTONIO MARTINA - 12/07/2019

internoStanco delle continue e controverse manifestazioni di comportamento del titolare mi sono chiesto: a quali compiti e soprattutto a quali responsabilità deve fare riferimento il ministero dell’Interno nel nostro Paese? È possibile che riesca ad entrare in qualsiasi aspetto della vita quotidiana? Qual è il filo conduttore che gli consente d’interferire anche nel lavoro degli altri ministeri? Applica precisi comportamenti regolamentati oppure mette in atto interpretazioni originali, propagandistiche, personalizzate e pertanto anche di prevaricazione?

Quelle appena indicate sono soltanto alcune domande di un elenco più lungo a cui moltissime persone fanno riferimento senza ricevere o recuperare risposte soddisfacenti. Certamente si tratta di argomenti molto delicati e complessi. Cercherò di esaminarli sospinto, inesorabilmente, da una deformazione professionale aziendale che ancora oggi mi accompagna e cioè che qualsiasi “organizzazione”: una famiglia, una squadra, un’azienda, un comune, una regione, uno stato, può essere gestita bene o male a seconda dell’interpretazione che si dà ai vincoli riguardanti l’organizzazione stessa.

Per farlo, servono: una chiara indicazione dello scopo (basta rispondere al… perché esiste?), una struttura di riferimento sia verso l’interno che verso l’esterno, l’elenco dei ruoli chiave con la descrizione delle responsabilità, la quantità e la qualità delle persone coinvolte, i mezzi finanziari di riferimento.

Mi limito a considerare solo due componenti: lo scopo e le responsabilità. Premesso che una responsabilità è tale solo quando è diretta, cioè appartiene al titolare di un ruolo il quale ne risponde per raggiungere gli obiettivi stabiliti e concordati, questi ultimi devono essere anche misurabili. Con l’aiuto di Wikipedia recupero alcune informazioni. Ovviamente non si parla di scopo ma si dice che il Ministero dell’Interno è un dicastero del governo che ha competenza sull’ordine pubblico in quanto autorità nazionale di pubblica sicurezza di vertice in Italia.

Le sue principali funzioni consistono nell’assicurare:

- la garanzia della regolare costituzione degli organi elettivi degli enti locali e del loro funzionamento, la regolamentazione della finanza locale e dei servizi elettorali, la vigilanza sullo stato civile e sull’anagrafe e le attività di collaborazione con gli enti locali;

- la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e coordinamento delle forze di polizia;

- l’amministrazione generale e la rappresentanza generale di governo sul territorio;

- la tutela dei diritti civili, ivi compresi quelli delle confessioni religiose, di cittadinanza, immigrazione e asilo.

Per gestire le funzioni appena indicate, esistono una struttura con 35 Direzioni centrali, 2 Scuole di polizia, 2 Uffici ispettivi e 1 Ufficio generale di amministrazione, 103 Prefetture, 105 Questure, 20 Direzioni regionali dei vigili del fuoco, 113 comandi provinciali sempre dei vigili del fuoco.

Il corpo prefettizio è costituito da circa 1.500 persone tra consiglieri, viceprefetti aggiunti, viceprefetti e prefetti. Il personale dell’amministrazione civile dell’Interno consta di circa 20.000 dipendenti. Altri 100.000 effettivi nella Polizia di Stato. Circa 32.000 Vigili del fuoco. Mancano le indicazioni sui Segretari comunali e provinciali. In ogni caso, un totale complessivo di circa 154.000 persone (con un’approssimazione certamente per difetto).

Sull’identificazione e descrizione delle responsabilità bisognerebbe cercare di rintracciarle e descriverle partendo dall’articolo 87 della Costituzione sino ai decreti attuativi dell’intera struttura, un lavoro per me poco congeniale e troppo difficoltoso.

Lascio alla buona volontà di ciascun elettore (anche per sottolineare l’importanza del proprio voto quando lo esprimiamo) la curiosità di ricercare tutti gli approfondimenti necessari.

La mia opinione sul lavoro del Ministero dell’Interno è:

- non possiamo pretendere che un politico gestisca una realtà organizzativa di circa 154.000 persone se non vuole o non riesce a recarsi quotidianamente al lavoro, non per scaldare la sedia ma per coordinare la realizzazione dei diversi programmi che fanno capo all’organizzazione di cui è responsabile;

- non è possibile invocare il criterio della delega perché quest’ultima è una leva della leadership situazionale e quindi un’applicazione gestionale e organizzativa; in altri termini la delega non si concede deve essere utilizzata solo nei confronti di chi la merita e la sa utilizzare. Ovviamente non va confusa con quella degli atti notarili o di sostituzione di altre persone (la delega a ritirare una raccomandata al posto di un altro);

- è lecito presumere che siano necessarie alcune conoscenze e competenze specifiche almeno per capire se i diretti collaboratori (dipendenti, schiavi, chiamiamoli come meglio desideriamo) applichino correttamente tutti i vincoli giuridico/amministrativi per agire le relative responsabilità.

Inoltre, ciascun Ministro dovrebbe dimostrare di possedere una chiara visione d’insieme (se preferite olistica) e ricordare che la somma di questa visione è sempre superiore a quella del totale dei singoli problemi che la compongono; e ancora, ciascun Ministro dovrebbe impegnarsi per semplificare le complesse procedure che stanno generando eccessivi inconvenienti e tra questi anche la fuga dalle responsabilità per l’enorme burocratizzazione del lavoro nella pubblica amministrazione; in molti casi la conoscenza di cavillosi particolari attiva fenomeni di corruzione, in altri si rifugge dalla presa di decisioni per timore delle sanzioni, perché prima o poi arriva la magistratura. L’unica condizione inaccettabile è che un politico (o una persona ritenuta tale), possa gestire qualsiasi “organizzazione” senza conoscenze e competenze.

Certamente è un momento molto difficile anche per la Magistratura però sono convinto che oggi solo un magistrato sarebbe in grado di districarsi nel labirinto delle normative vigenti volute soprattutto dai burocrati. Ma questa è un’altra storia.

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