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Opinioni

VALORE DELL’ONESTÀ

FELICE MAGNANI - 26/07/2019

honestyL’onestà è una virtù, ma non sempre incontra un riscontro positivo, sono moltissimi i casi in cui la persona onesta viene destabilizzata da chi, credendosi furbo, ma essendo visceralmente ignorante e disonesto, ne mina la credibilità.

 Viviamo un tempo difficile, un tempo in cui c’è una fortissima richiesta di onestà, perché è di fatto molto carente, ma è assai difficile incontrarla, anche quando sembrerebbe vera e convincente, quando si mostra accompagnata da melodie suadenti, capaci di incantare anche l’uditore più distratto. In molti casi l’onestà viene scambiata per stupidità.

I disonesti sono un esercito avanzato, molto attrezzato, strategicamente ben preparato, hanno capito che i tempi sono molto adatti e quindi prolificano, sicuri che le strade siano aperte e che si possa fare qualsiasi cosa senza dover pagare conti pesanti. Sono sparsi un po’ dappertutto, soprattutto nei luoghi più impensati, agiscono con disinvoltura, senza porsi troppi problemi, ti guardano negli occhi, usano parole adatte, provate e riprovate nel corso di allenamenti quotidiani, sanno gestire infatti la voce, lo sguardo, la fermezza, sanno convincerti che ti devi fidare, che va tutto benissimo e che quell’affare sarà il miglior affare della tua vita.

 Tu ci credi, non perché sei tonto, ma perché non penseresti mai, nella tua onestà, che quella persona che ti sta di fronte possa essere così sfrontata da tradire la tua buona fede. I disonesti lavorano a buoni livelli, hanno anche il diploma, forse la laurea, magari hanno fatto fortuna facendo credere che il loro modo di essere e di fare sia ineccepibile, unico al mondo, capace di risultati miracolosi. In questi anni la disonestà ha fatto passi da gigante, si è nazionalizzata, europeizzata, internazionalizzata, comunica con il mondo attraverso la tecnologia e ti dimostra di essere all’altezza.

 Più la vita si complica e più la disonestà avanza, si conferma, più la tecnologia si conferma e meno il cittadino risulta in grado di competere.

 Forse è finita per sempre l’epoca della fiducia scontata, quella che si risolveva con una stretta di mano, con poche parole solidali, capaci di legittimare un patto, un’intesa, una visione unitaria. Forse la perfezione non è mai esistita, ma l’idea che si dovesse portare rispetto al prossimo, chiunque fosse, sì.

 Oggi è tutto così complicato e soprattutto non c’è ambito o settore in cui la furbizia umana non abbia attecchito, al punto di mettere profondamente in crisi tutto il sistema relazionale. La disonestà è forse la conseguenza di un progressivo sbriciolamento della nostra immagine, di come gestiamo il preziosissimo dono della vita, di come ci poniamo nei confronti del prossimo e della realtà che ci circonda.

 Le famiglie di una volta imponevano l’educazione, magari accompagnandola con qualche riferimento al contesto, ma sempre con molta determinazione e coraggio, senza pensare a eventuali ritorsioni.

Si imparava anche perché l’imperativo era categorico, non ammetteva sbavature, non dava tregua all’esuberanza di una natura umana tentata dalla trasgressione. Obbedendo si imparava, si capitalizzava un certo modo di essere e di fare, si cresceva sapendo che cosa era giusto e che cosa era sbagliato.

 Poi la libertà ha preso il sopravvento e con essa l’idea che si potesse finalmente fare tutto quello che si voleva, in barba all’educazione familiare, alle regole sociali, alle leggi, alla vita di relazione, ai rapporti umani. Si è cominciato con il dare del tu, con la cancellazione delle gerarchie, con l’instaurazione di un sistema paritario fondato sulla confidenza, con la minimizzazione delle norme che stanno alla base di una corretta vita comunitaria e poi i decreti delegati e i consigli allargati, le compartecipazioni, la cancellazione dei confini, la diffusione di un’idea in cui il mondo non fosse più quello in cui eri nato e avevi imparato ad amare, ma quello che ti sarebbe stato imposto da gente che aveva più forza di te, che aveva previsto un indiscusso dominio esistenziale sulla tua storia.

 Siamo passati dall’idea di nazione a quella di unione, dallo stato nazionale a quella di stato sopranazionale, lasciando spesso sul campo regole e tradizioni, storia e narrazioni, esperienze e personaggi che avevano arricchito la nostra cultura. Hanno tentato di farci credere che non eravamo più gli stessi, che il mondo era grandissimo, grande al punto che avremmo dovuto accettarlo con le sue pretese e le sue incongruenze, senza opporre resistenza alcuna, affidandoci a chi aveva la capacità di osservare dall’alto.

 Abbiamo accettato di essere giudicati, di essere inquadrati, di avere qualcuno sopra di noi capace di tirarci la giacchetta, qualora avessimo mancato di rispetto ai patti sottoscritti. Ci siamo così messi nelle mani di un’entità molto più grande, molto più forte, senza forse aver riflettuto abbastanza sulla necessità di cambiare radicalmente un certo modo di essere e di fare. Ci si è accodati senza aver soppesato abbastanza quell’idea di indipendenza nella quale avevamo conosciuto alcuni fondamentali aspetti della nostra rinascita sociale, politica, morale, religiosa.

 Oggi ripassiamo non senza un certo timore l’idea di una onestà che ci caratterizzi, che dimostri a chi collabora con noi, che non siamo superficiali e soprattutto che sappiamo tenere fede all’impegno preso, lo facciamo in modo un po’ sgangherato, a volte con pacatezza a volte con protervia, perché questo è il nostro carattere, non imparando, come si dovrebbe, le straordinarie risorse della nostra storia, quella che ci ha insegnato a essere uniti, collaborativi, solidali, attenti, decisi, sempre pronti a trasformare la positività delle idee in qualcosa di creativo che rafforzi la nostra identità e la nostra dignità.

 Abbiamo un estremo bisogno di fermarci a riflettere, per capire che il cambiamento non è una sostituzione, ma un’analisi attenta, fatta possibilmente insieme, dei problemi che ci attanagliano, per cercare di risolverli, in nome della nostra amatissima democrazia e con il consenso di tutti coloro che amano svisceratamente la storia da cui provengono

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