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Attualità

TRECCINE/1 L’ERRORE BLU

LUISA NEGRI - 20/09/2019

scampiaÉ di moda il blu, anzi no. Lo è nel senso che pare proprio non sia gradito.

E a subire i rimbrotti e i malumori di chi lo disapprova sono stati due personaggi molto diversi tra loro: la neo ministra Bellanova, nome beneaugurante, entrata fresca fresca nella squadra del presidente Conte, e uno scolaretto di Scampia con le treccine blu. Che invece non ha proprio avuto accesso, gli è stato proibito, nella classe in cui doveva iniziare il suo anno scolastico.

I due insomma si tengono idealmente per mano, li vedo come in un quadro di Chagall, dove il blu la fa da padrone, in questo imbarazzato incedere.

Avanzano l’uno accanto all’altra verso un nuovo stadio della loro vita, dove saranno valutati, si spera, solo per la capacità e i risultati ottenuti.

Ma pare proprio che il blu, colore di solito amatissimo, prediletto e celebrato da poeti, musicisti, artisti, faccia l’effetto per qualcuno di una mazzata sulla testa: quasi una sguaiata stonatura, o un segnale di sovversione, o un cattivo esempio da non imporre e tantomeno riproporre, insomma un po’ tutte queste cose insieme.

E il limitare della soglia di gradimento ha imposto l’alt all’una e all’altro: attacchi sgarbati sono piovuti sulla testa della prima dai soliti frequentatori del web, che hanno trovato risonanza, e comunque anche sostegno per la ministra, tra i media. Mentre un vero e proprio stop ha fermato il bambino che si è visto chiudere in faccia la porta della classe dalla sua risoluta dirigente scolastica. Sì in palestra e in laboratorio ma non in aula, perché la presenza dissonante del bambino avrebbe contraddetto il patto di regolamento sottoscritto dalla stessa con i genitori.

Obbediente all’alt si è rivelato lo scolaro, che già l’indomani ha eliminato le esecrabili trecce tagliandole, un po’ meno docili i genitori che avevano chiesto del tempo perché potesse essere restituita alla ‘normalità’ la capigliatura del figlio.

In tanti hanno già ormai ragionato sull’una e l’ altra vicenda.

La stessa ministra, convinta comunque che l’abito non fa il monaco, ha motivato la legittima scelta con la voglia di manifestare il proprio stato d’ animo: indossando un romantico abito a balze, in tessuto bluette con una rifinitura color dell’oro, in una giornata in cui le pareva di sentirsi bene. E forse di toccare il cielo con un dito. Pura questione di scelte e di gusti, insomma, che in quanto tali non si devono giustamente discutere.

Più difficile definire il caso del minore, interpretato dalla scuola come un colpo di testa, più dei genitori che del bambino. Ma che c’entra allora il bambino?

Perché lasciarlo fuori dalla porta della classe quasi fosse motivo di scandalo o di insubordinazione, si scelga l’ una o l’altra delle motivazioni. Non sarebbe stato meglio semmai spiegargli, senza metterlo alla berlina, con la discrezione dovuta, le presunte ragioni della scuola?

Al giorno d’oggi le vie delle eccentricità modaiole non sono solo quelle note e firmate che si percorrono a Milano o a Roma o a Parigi, ma sono infinite e ovunque: ce le inventiamo e percorriamo quotidianamente.

Che dire delle polpette sottozigomo o delle ciglia finte, da Paperina, di tante signore, non solo Miss, ma anche professioniste, artiste, giornaliste, esponenti politiche, conduttrici, e via dicendo? E sempre esaltate come belle signore.

E di seni rifatti e prorompenti, di labbra a canotto, o dei tatuaggi a sfinimento su ogni centimetro di pelle, delle insulse scritte sulle T-shirt che tutti sfoggiano con ammiccanti messaggi e che qualcuno indossa anche per fare politica?

E allora, cosa non va bene ?

Proprio nulla, pare e viene dimostrato ogni giorno.

Tranne forse il bluette. Non si sa il perché, anche se è il colore del cielo, della voglia di vivere.

La chioma turchina, come quella della fata di Pinocchio, di Lucia Bosè aveva fatto scalpore a suo tempo.

Ma la candida motivazione “Me l’ha fatta mia nipote e da allora mi tingo i capelli così” aveva messo tutti a tacere. Anche quelli che la preferivano mora.

Questione di gusti. Di occhi, di palati, dunque. Ma soprattutto di teste. Perché la dignità non conosce colore, ma sostanza.

Ho un ricordo personale di una insegnante di matematica della scuola media inferiore. Già poco avvenente e ancor meno simpatica, alzava spesso la voce stridula: erano i primi anni Sessanta e io mi pettinavo gonfiando un po’, come facevano tante ragazze, i capelli raccolti sulla testa. Li “cotonavamo” insomma, così si usava dire.

Sembra che tu abbia un vespaio in testa, mi diceva ridendo papà, quando il livello saliva un po’.

Un giorno l’insegnante mi redarguì all’ improvviso, di primo mattino, appena entrata in classe: “Perché non ti pettini? E tua madre non ti vede quando esci di casa?”.

Ero timidissima e molto sensibile, per di più ero rientrata a scuola dopo diversi mesi di assenza perché avevo portato un voluminoso gesso imposto da un complicato intervento con raschiamento alla tibia.

Per essere riammessa in quella scuola che mi aveva riaccolta sì a fine malattia, grazie al mio orgoglio e alla mia testardaggine per non “perdere l’anno”, ma non mi aveva concesso di esserci da subito perché la classe era ai piani alti e senza ascensore, avevo molto combattuto. E mia madre con me.

Con il suo garbo aveva persuaso la severissima ma corretta preside, cui toccava la scelta finale, ad accordarmi la possibilità del rientro. Di fronte alla ben motivata e ragionevole richiesta di mia madre la dirigente scolastica si era anzi anche commossa per la mia testardaggine.

E me la sarei cavata a fine anno scolastico, impegnandomi duramente a recuperare il tempo perso, con un solo esame a ottobre: di matematica naturalmente.

Di quella sgarbata uscita mi offese dunque soprattutto l’ attacco a mia madre. Eravamo quattro figli e certo non aveva tempo per pettinarci a uno a uno, e poi io avevo ormai dodici anni e mi pettinavo come piaceva, o meglio riusciva, a me.

L’insegnante era tra l’altro a sua volta nipote di una mia zia, e pareva che, per paura di favorirmi di fronte agli altri, facesse di tutto per svantaggiarmi. Prediligeva le più svelte, con cui metteva in atto vere e proprie gare di velocità verso la cattedra premiando chi arrivava prima con il quaderno e la risoluzione del problema. Le riempiva di otto, brave loro, ma intanto non riusciva proprio a far piacere la matematica a quelle, la più parte, che erano meno portate e ragionavano in tempi meno lesti.

Strano modo di insegnare, che ha segnato, quasi fino alla fine dei miei studi, la mia riluttanza per la matematica.

Mia madre mi rivelò poi, sul finire dei tre anni, che da giovanissima insegnante la prof in questione aveva impartito lezioni per qualche tempo a papà in privato, a casa della sorella di lui. E ci aveva fatto un non troppo celato pensiero.

Lui invece no, non la pensava proprio.

Sentimentalmente disturbato, così ci aveva raccontato, più che dalla scarsa avvenenza, dal rumoroso modo della signorina di sorseggiare la tazza del latte, mentre gli insegnava la matematica destreggiandosi tra lezione e colazione.

Anni dopo papà avrebbe conosciuto una graziosa collega di banca, mia madre.

La prima volta che l’aveva vista indossava un abitino d’organza a fiori, molto romantico, con le maniche a sbuffo, e portava due trecce nere attorno al capo. Come nella foto che lei gli aveva donato con dedica e papà conservò, per una vita intera, nel portafoglio dei suoi ricordi.

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