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Storia

“SÌ, A CEFALONIA SPARAI”

FRANCO GIANNANTONI - 31/03/2012

Anche Cefalonia, dopo i fatti di Borgo Ticino per i dodici ostaggi fucilati dai nazifascisti il 13 agosto 1944 sulla pubblica piazza (raccontati un paio di numeri fa), avrà il suo processo. A sessantanove anni dall’eccidio nazista che a fine settembre del 1943 bagnò l’isola dell’Egeo del sangue di cinquemila fra ufficiali e soldati della Divisione Acqui, fucilati sommariamente seppur prigionieri di guerra o affogati nel naufragio delle navi che li deportavano in Germania, è stato scovato in un paesino tedesco vicino a Friburgo, Kippenheim, un sopravvissuto che in quelle tragiche giornate prese parte alle esecuzioni. Il suo nome è Alfred Stork, ha ottantanove anni, caporal maggiore della Wermacht, dimenticato dalla magistratura tedesca seppur interrogato tre volte dalla polizia criminale, non da quella militare italiana che, solo dopo la fortuita scoperta dell’Armadio della vergogna a Palazzo Cesi di Roma, aveva potuto riprendere le attività istruttorie. Eppure il nome di Stork nel fascicolo rubricato al n. 1188 c’era, accanto a quello del tenente colonnello Barge comandante del 999° Reggimento di Fanteria Fortezza e a quello di un’altra trentina di militari, con l’accusa formale di strage in base alla Convenzione di guerra dell’agosto 1945 e violenza con omicidio, imputazioni sollevate dal Ministero degli Esteri del tempo.

Ma si sa come andò: nel 1956 i ministri degli Esteri Gaetano Martino, liberale e della Difesa Paolo Emilio Taviani, democristiano, ex partigiano, decisero il blocco delle inchieste, Cefalonia compresa, con il contemporaneo divieto alla procedura di estradizione dei responsabili dei massacri “per ragion di Stato” (non era opportuno processare i tedeschi nel momento in cui stava costituendosi la Repubblica Federale tedesca, baluardo antisovietico, con un suo esercito regolare, peraltro zeppo di ex seguaci di Hitler).

Nel 1994 l’Armadio fu violato e con esso i seicentonovantacinque fascicoli processuali “archiviati provvisoriamente” dal procuratore generale militare Santacroce con una procedura giudiziaria letteralmente inventata di sana pianta in accordo criminoso con il Governo. Da quel momento i fascicoli furono distribuiti alle procure militari territoriali. Il procuratore militare di Roma Marco De Paolis per competenza ha gestito gli atti di Cefalonia trovandosi fra le mani l’ultimo dei colpevoli, il vecchio caporal maggiore Stork di cui ha chiesto il rinvio a giudizio perché “partecipò – dice il capo d’accusa – materialmente a una strage in danno di militari italiani prigionieri di guerra”. Due plotoni d’esecuzione massacrarono almeno centodiciassette militari della Acqui. Stork e i suoi sodali ne uccisero settantatre, l’altro plotone il resto.

Ritorno su questo tema perché è una vergogna di cui pochi purtroppo avvertono il peso. Sembra che sia storia da seppellire, che non riguardi più nessuno. Due libri, esaustivi peraltro, quello di Franco Giustolisi e di Mimmo Franzinelli, poi più niente. Soprattutto silenzio istituzionale a parte la visita del presidente Ciampi il 1° marzo 2001, un viaggio della memoria che servì a rompere il velo.

Il soldato Stork che, unico sinora, ha avuto il pudore di prendere le distanze da quella vicenda tragica (“Ero un militare e non potevo che ubbidire”, ha dichiarato alla giornalista del Corriere della Sera Giusi Fasano che lo ha incontrato di recente nella sua abitazione tedesca) non si presenterà davanti ai giudici italiani. Se il processo fosse stato nel suo Paese, la risposta sarebbe stata diversa, certo dell’impunità. Ma visti i precedenti di Erich Priebke (Fosse Ardeatine), Theodor Saevecke (Piazzale Loreto, Milano), Michael Seifert (Fossoli e Bolzano-Gries) ha preferito chiudersi nel suo guscio. È malato, cammina con le stampelle, è rimasto vedovo da poco. Ma la dignità, occorre dire, all’estremo della vita, non gli è mancata: “Fui punito dai miei superiori e l’avanzamento di grado bloccato – dice – per avere osato chiedere allora ai miei superiori per quale ragione dovessimo ammazzare quegli italiani”.

In Italia Stork non ci è mai venuto temendo l’arresto. “Ho sparato, l’ho sempre detto. Non capivo la ragione di tanta crudeltà. Non sapevo niente dell’armistizio e del fatto che all’improvviso gli italiani fossero diventati nostri nemici, Mi dispiace davvero per tutta quella gente. Ma io dovevo ubbidire. Avevo solo vent’anni!”.

Il vecchio ex soldato nazista appare segnato nel profondo. “Li rivedo davanti agli occhi quegli italiani e ci penso sempre. Ci penserò fino al mio ultimo giorno e per me questo è già un modo per pagare il conto. Quel giorno fu il peggiore della guerra, peggio della campagna di Russia. Ai miei figli e ai miei nipoti ha detto, se capitasse loro, di non ripetere le mie gesta”. “Cefalonia? Lì sì che vorrei tornare per rendere omaggio alle vittime”.

In attesa che il processo di Cefalonia inizi (non è ancora nota la data mentre per Borgo Ticino al Tribunale Militare di Verona è il 15 maggio), qualche passo in avanti sul contenzioso finanziario che divide Italia e Germania, a proposito del risarcimento dovuto alle vittime, pare sia stato fatto nell’ultimo incontro della Commissione paritetica a Pisa a fine marzo. Come è noto le sentenze italiane ammettevano le richieste di risarcimento rivolte direttamente allo Stato tedesco dai familiari dei caduti. Ma Berlino si era opposta, impugnandole alla Corte internazionale dell’Aja che a febbraio gli ha dato ragione. La Commissione storica italo-tedesca, chiamata a salvare sul doppio fronte la memoria, potrebbe favorire una composizione del dissenso. Ci sarà presto una relazione congiunta in due lingue e la individuazione di un luogo dove ricordare le sofferenze degli internati politici e civili e delle vittime stragiste. In quel solco di ritrovata amicizia forse anche i conti finanziari potranno trovare un punto di sintesi. Le domande di indennizzo presentate al Ministero del Tesoro (ora Economia) sono duecentoventimila. Le vittime delle stragi secondo Paolo Pezzino, storico e membro della Commissione, circa diecimila.

Speriamo che arrivi presto una soluzione e che il dolore delle perdite umane sia ammorbidito da un segno concreto seppur tardivo di giustizia.

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