Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Società

STAZIONE CENTRALE

GIOIA GENTILE - 17/01/2020

morbelliEra forse il 2013. Entrando in quella sala della Pinacoteca Zust di Rancate restai incantata. Sulla parete di fronte il dipinto di Angelo Morbelli mi lasciò senza parole, ed anche stupefatta: che cosa poteva esserci di tanto affascinante nella stazione centrale di Milano? Era quello il soggetto, non un paesaggio, non un ritratto, semplicemente una stazione alla fine dell’8oo, con il suo viavai di passeggeri ed un cromatismo uniforme.

Ripensandoci lo capii: l’artista aveva saputo dipingere le emozioni che avevo sempre provato entrando in quel luogo. Per me, nel periodo della prima giovinezza, la stazione centrale di Milano significava fuga, libertà, possibilità di conoscere città misteriose, di raggiungere un altrove comunque ricco di promesse. Le voci degli altoparlanti che risuonavano sotto le alte volte a vetri suggerivano terre lontane, anche se annunciavano soltanto Berna o Vienna. Erano una promessa di vite diverse, di imprevedibili esperienze. Il dipinto di Morbelli mi faceva rivivere quelle sensazioni: la sonorità delle volte, la luminosità del giorno oltre la fuga dei binari.

Certo, fa sorridere che una come me, che avrebbe voluto diventare aviatore o addirittura astronauta e si sarebbe accontentata anche di fare la hostess pur di volare, fosse così affascinata da una stazione ferroviaria. Eppure ancora oggi è così, anche se gli annunci non risuonano più come promesse, anche se ho già visitato luoghi ben più lontani di quelli raggiungibili con un treno.

Solo non devo pensare a quel binario, che non si perde nella luce del giorno ma finisce contro un muro su cui è scritto “vietato trasportare persone”. E infatti non erano considerati persone tutti coloro – prevalentemente ebrei – che venivano ammassati nei carri bestiame in partenza verso un altrove che era davvero altro: altro rispetto alla ragione, al sentimento, all’umanità. Il loro binario non era una metafora della vita, ma un cammino reale verso lo sterminio.

Visitandolo mi sono sentita agghiacciata. E offesa. Ogni volta che ripenso alla Shoah e ad ogni altra simile efferatezza mi sento macchiata nel profondo e vorrei poter dire basta, me ne vado, mi dimetto dal genere umano. E poi mi nasce il dubbio: che cosa avrei fatto se mi fossi trovata a vivere in quegli anni e fossi stata testimone di quei fatti? Una scritta campeggia su una parete del memoriale: INDIFFERENZA. Quante persone fingevano di non vedere? ed io come mi sarei comportata?. Ecco, non perdono a chi commette atrocità come quelle di indurmi a concepire questi pensieri, a dubitare del mio essere umana.

E dunque, ogni volta che cammino oggi sotto le alte vetrate della stazione centrale e guardo il punto in cui i binari si incrociano e si perdono, fuori dai tunnel, in quella che sembra una promessa d’infinito, sento come un tarlo dentro che mi ricorda che lì, da qualche parte, un po’ nascosto eppure proprio nella stessa stazione, c’è il binario 21. E non perdono neppure questo: di avermi sottratto il diritto di sognare dentro una stazione.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login