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Attualità

SEMINATORI DI MONNEZZA

CESARE CHIERICATI - 20/03/2020

rifiutiIn una cifra, 38 euro, è sintetizzato il problema dell’abbandono endemico dei rifiuti nel nostro territorio e in genere in Italia. È l’ammontare della sanzione a carico di chi a Cadegliano Viconago, suggestivo balcone affacciato sul Ceresio – così recitano le guide turistiche – ha abbandonato nei giorni scorsi un vasto campionario di rifiuti indifferenziati stipati in ben 27 sacchi neri. Ne ha dato conto con apprezzabile precisione descrittiva Nicola Antonello sulla Prealpina: frammenti di vetro, bottiglie di vetro e di plastica, barattoli di ferro, lattine, contenitori di plastica per salumi, scatole colme di farmaci, ossa di animali da cortile, residui ittici, cenere, pezzi di rete metallica. Sul fondo di uno dei sacchi gli operatori hanno anche trovato documenti che potrebbero consentire di risalire ai responsabili.

Ammesso che ciò avvenga, la Polizia locale fa sapere che le pena massima sarà come detto di 38 euro, un insulto al lavoro fatto da operatori e forze dell’ordine ma anche a tutti i cittadini che si comportano correttamente. Infatti se dividiamo l’importo della sanzione per il numero dei sacchi recuperati troviamo che per ciascun sacco si pagherebbero 1,40 euro di multa. Un’inizia, un incentivo a delinquere anziché un deterrente. Conviene rischiare l’esigua sanzione piuttosto che perdere tempo a differenziare, a infilare l’immondizia nei vari sacchetti deputati al compito, a trasportala in discarica dove magari c’è anche la possibilità di essere individuati come evasori della Tari. Se la multa fosse dieci volte tanto, cioè 380 euro invece di 38, il seminatore itinerante di “monnezza” qualche riflessione in più magari la farebbe e forse troverebbe più conveniente migliorare il proprio comportamento ambientale.

Alla luce di episodi come questo cambiare passo è ormai una necessità assoluta. Ogni giorno i media locali, ma accade la stessa cosa in quasi tutto il bel paese, raccontano di continui vulnus al decoro dei centri cittadini, ai cigli delle strade, ai boschi. A pelle di leopardo tutto il nostro territorio provinciale è coinvolto in questa emergenza con i relativi costi di smaltimento e rimozione. Rimozione promossa da operatori pubblici, ma anche da tantissimi gruppi di volontari che vigilano, segnalano e di frequente organizzano vere e proprie cacce al rifiuto sensibilizzando in tal modo fasce di popolazione sempre più ampie. Ma è una fatica di Sisifo che, alla fine, può scoraggiare chiunque se non si vedono risultati di elevato valore simbolico, come una sanzione esemplare e dolorosa per le tasche del malfattore coniugata a una pesante censura morale di carattere pubblico. Insomma “colpirne uno per educarne cento” se si vuol migliorare l’ambiente e la convivenza sociale.

Al punto in cui siamo la sanzione viene prima dell’educazione, processo irrinunciabile sia chiaro, ma di crescita lenta, diseguale e di tempi lunghi. Certo la mano pubblica deve fare molto di più, deve essere più presente sul territorio soprattutto in chiave di prevenzione mettendo in campo anche tutte le tecnologie oggi disponibili: dai droni alle foto trappole. Perché se è vero, come è vero, che degrado chiama degrado e bello chiama bello, non è possibile far finta di niente – magari per anni come è capitato anche a Varese – consentendo l’autoalimentazione spontanea di odiose compromissioni ambientali. Persino i contenitori di abiti usati, gestiti con molta approssimazione da varie associazioni, stanno diventando poli d’attrazione di rifiuti grandi e piccoli. Esattamente come accadde negli anni’80 con le isole ecologiche e i relativi cassonetti che si rilevarono un disastro perché vissuti come discariche di vicinato e non come un’opportunità per migliorare il proprio habitat urbano.

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