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Opinioni

CARO DOTTORE

GIOIA GENTILE - 10/04/2020

mediciL’altro giorno ho fatto una cosa insolita. Insolita per me, almeno. Ho scritto ai miei dottori. Non avevo problemi di salute e nemmeno avevo bisogno di sostegno. Volevo, per una volta, essere io a fare qualcosa per loro.

In questi giorni di contagio dilagante e di forzato isolamento, in cui si ha più tempo per pensare, ho riflettuto soprattutto sul lavoro dei sanitari. Le immagini dei medici e degli infermieri, che ci vengono quotidianamente trasmesse dai media, mi fanno mancare l’aria: come possono resistere, mi chiedo, dentro quegli scafandri da catastrofe nucleare ed essere lucidi e persino empatici per ore ed ore? Io fatico a sopportare una semplice mascherina.

Per analogia, ho pensato ai miei dottori, al medico di base e agli specialisti che vedo ogni sei mesi o una volta all’anno: do per scontato che saranno sempre lì ad aiutarmi nei momenti di difficoltà, che li ritroverò, sicuri e sorridenti, nel loro camice, dietro la loro scrivania ogni volta che ne avrò bisogno. È grazie a loro che posso dimenticare i miei disturbi e vivere una vita normale. Ma gliel’ho mai detto? A volte, per eccessivo pudore o per timidezza, non riusciamo ad esternare i nostri sentimenti.

Per contro, siamo bravissimi a cantare dai balconi, a suonare tamburelli e coperchi, a disegnare arcobaleni e a ripetere, come un mantra, che andrà tutto bene. “Andrà tutto bene” può servire a rassicurare un bambino spaventato, ma per noi adulti è una frase senza senso, in una situazione come questa. I riti collettivi ci danno la sensazione di poter ancora essere padroni del nostro destino, di avere il controllo sulla natura. Ma non lo sappiamo, noi adulti, che non saranno i riti a salvarci? Io non me la sono sentita di affacciarmi al balcone a cantare “Volare”, mi sembrava una grottesca colonna sonora per quel corteo di camion militari che, proprio in quei giorni, cominciavano a trasportare bare verso i forni crematori delle città del Nord.

Andrà tutto bene – forse – se, restando in casa, contribuiremo a sostenere quelle persone che, costrette in tute bianche, lavorano senza sosta, rischiando la vita, anche quando sono coscienti della propria impotenza. Andrà tutto bene – forse – se faremo la nostra parte in silenzio, o almeno sottovoce, con il rispetto che si deve alla sofferenza e alla morte.

I miei medici non sono tutti ospedalieri, ma, per la loro professione, sono comunque a rischio di contagio. È per questo che ho sentito il bisogno di ringraziarli. Così ho inviato a ciascuno un messaggio: solo un saluto, perché sappiano che penso a loro con gratitudine anche quando non ho problemi di salute e soprattutto in questo momento difficile. A dire il vero, ho esitato un po’ davanti alla tastiera, per timore di essere invadente, ma poi ho deciso e ho digitato “invia”.

In breve tempo mi hanno risposto tutti, piacevolmente sorpresi, con espressioni che mi hanno confermato che anche un semplice saluto, in certe circostanze, può infondere coraggio e fare bene al cuore.

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