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Il punto blu

LAGGIÙ IN AFRICA

DINO AZZALIN - 17/04/2020

africaPeggio delle torri gemelle, peggio del terrorismo. Una catastrofe planetaria quella che si è presentata alle soglie del 2020. Come se nel mondo un nemico senza eserciti e senza alcuna ideologia o proclami bellicosi, avesse dichiarato 5 guerre mondiali contemporaneamente, perché tutti i continenti ne sono coinvolti.

Parto da qui a raccontare le cose come stanno. In questi giorni sarei dovuto partire per l’Africa, per vedere i nostri progetti in Kenya e in Tanzania, e invece son chiuso in casa come più di tre miliardi di persone nel mondo, tutti “reclusi” per quasi due mesi a cercare di non infettarci, di non spargere il virus, di non affollare gli ospedali già al collasso, testimoni di una guerra planetaria, che dopo Internet ha sconvolto la Terra. Ma stavolta di un orrore invisibile, che non usa tattiche, non ha truppe al fronte, non ha gittate nucleari, è senza armi, non ha bombe, toglie l’inquinamento globale, risparmia la natura e salva gli animali, colpisce solo l’uomo, di ogni colore, razza o religione, di ogni latitudine, di ogni età di ogni censo. E soprattutto se ne infischia di muri, confini, filo spinato, età, ceto e condizione sociale.

Quello che ci è toccato di vivere in questo tempo è qualcosa di surreale e straordinario, un virus, chiamato COVID19, acronimo di Co(rona) Vi(rus) D(esease), il cui primo focolaio si è registrato a Wuhan in Cina nel dicembre 2019, e poi si è sparso come un untore misterioso in tutto il mondo, contagiando milioni di uomini, uccidendone migliaia in tutte le Nazioni. Commuove il mondo Papa Francesco, che da solo, vestito di bianco, senza le folle che lo acclamano, per le strade di Roma cammina come un pellegrino e prega piegato a un crocifisso del ‘500 dei tempi della peste. A Pasqua invoca il miracolo per gli uomini, per le donne, per gli anziani, per tutti quelli più colpiti, per l’umanità intera. E chiede perdono. Un Papa illuminato e intelligente, che prega in una piazza San Pietro desolatamente vuota e una basilica aperta al mondo immersa nella luce e avvolta da uno spettrale silenzio, simbolo davvero di una gravità storica.

Niente è stato peggiore dal dopoguerra, la quarantena ci ha costretto tutti alla solitudine, alla paura del morire, all’angoscia dell’ignoto, e a un pensiero profondo, a una riflessione sulla fragilità ma anche l’arroganza dell’uomo, l’indifferenza, il potere, il danaro, l’avarizia, la violenza, che la conoscenza e il sapere non hanno disarmato un nemico che misura infinitamente meno di un millimetro. Ma invisibile e perciò più pericoloso.

Come è possibile? Il danno economico globale, qualcuno grida già alla fine del mondo, alla punizione divina, agli extraterrestri che stanno distruggendo il pianeta. Tutto ciò in un clima di terrore, angoscia e paura, che noi chiamiamo pandemia, che è una malattia infettiva epidemica, la cacca degli dei, che si sparge in più parti del mondo e distrugge economie che sembravano essere nominate da Dio, mette a terra tutti gli aerei del mondo, immobilizza l’umanità in un silenzio surreale, un sistema mai al servizio dell’uomo ma dei “potenti” della Terra, di quel 20% di cui anche noi facciamo parte, che detengono le ricchezze del pianeta e il mercato mondiale autofagico, condannato sempre a produrre per consumare continuamente se stesso.

Ed è stato proprio Bill Gates, uno degli uomini più ricchi del mondo, oggi anche filantropo illuminato e visionario, a prevedere nel 2015 questo orrore pandemico, ed è lui che fa parte di un sistema vorace che ci esorta ad andare nella direzione dei più poveri. Dobbiamo far volgere in forza la paura, le sensazioni sensoriali di disagio, e affrontare il silenzio con rigoroso auspicio, utilizzando le energie che il terrore disperde con la depressione e l’annichilimento per il miglior controllo della salute. Gratitudine e amore sono elementi di alta frequenza che aiutano a vivere, verso questa energia dovremo ripartire. Ciò che ci fa stare male è rifuggire la paura della morte, questo abbassa le nostre difese immunitarie e predispone alla malattia, a quella bassa frequenza di cui è costituito il virus, che ci porta a chiudere anche il cuore verso le persone che amiamo, verso chi è più debole e indifeso. Molte belle parole che non si riescono a esprimere davanti ai camion dell’Esercito Militare che contengono centinaia di bare destinate alle cremazioni in tutto il paese, senza avere vicino i familiari, senza funerali né pianti.

Non c’è tempo per i defunti né per le lacrime, né per la primavera. Le strategie per mascherare l’ansia ci hanno condotto alla riscoperta della famiglia, del silenzio di un valore nazionale e ai flash mob, ciascuno di noi ha creato nuove abitudini (ho imparato a fare torte e piantare fiori), ma ha lasciato molti nella solitudine e nella povertà ancora più nella tristezza. E penso alla “mia” Africa, penso agli slum, ai dimenticati nei sotterranei della storia, agli ultimi ancora più distanti e indifesi, penso a loro dove è ancora più alta la povertà e la promiscuità e dove è difficile praticare i test, sapere chi è positivo e chi non lo è, dove non ci sono respiratori, dove mancano i reparti di terapia intensiva, dove c’è penuria di medici, gli infermieri, di personale preparato, le medicine, dove manca tutto, e tutto è ancor più difficile che non in Cina, in Europa, in Corea, in Italia, in Spagna, in India, negli Stati Uniti, i paesi più colpiti.

Non bastavano la fame, la malnutrizione, la siccità e la carestia, non erano sufficienti la malaria, la tubercolosi, la lebbra, l’Aids, l’Ebola, che già fanno milioni di morti all’anno? Gli Africani sono abituati al morire, noi no, ecco perché abbiamo generato un sistema di attaccamento alle cose e alla loro materialità, invece loro non hanno niente, perché noi possediamo nulla, ma solo la speranza di un mondo più equo e più giusto. Infatti a pochi è destinata gran parte delle risorse del pianeta, ecco su cosa ci ha fatto riflettere questo virus misterioso, su quei valori molto alti che abbiamo dato al nostro vivere, ai suoi valori più profondi. E questo non ci metta al riparo da facili critiche, alibi, o condizioni sociali, in Africa sarà un’ecatombe, come lo è sempre stato.

Allora mi chiedo se tutto questo ha avuto senso? Possiamo pensare finita l’emergenza che quella gelida massa che si chiama paura, renderà migliore l’uomo? Il coraggio nasce anche da questa consapevolezza della compassione che alleggerisce, forse, il dopo quarantena, avremo più distanze fisiche ma la solidarietà che abbiamo visto in questi giorni non ha precedenti nella storia, non dimentichiamolo per favore, perché come ho visto da qualche parte scritto “La bontà è disarmante” ed è vero, il bene disarma e non spaventa, aumenta la frequenza della gioia. Avviamoci davvero con un passo sempre più leggero verso la direzione del cuore a lenire il dolore di chi ha perso i propri cari, di chi come i volontari sono stati un esempio per tutti noi, teniamo memoria di questa, a modo suo indimenticabile esperienza, di cui siamo testimoni di fronte all’Universo della storia dell’uomo.

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