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Attualità

A PANE E ACQUA

MANIGLIO BOTTI - 15/05/2020

marketIl 14 maggio scorso è scomparso Maniglio Botti. Due giorni prima aveva scritto questo articolo per RMFonline. È l’ultima sua testimonianza di giornalista.

 

Appena cominciò a diffondersi la notizia di un possibile e anche probabile lockdown, cioè del tutti chiusi in casa fino a prova contraria, e dunque che quella del corona virus era una questione molto seria dalle conseguenze inimmaginabili e non un fatto relegato soltanto nella lontana provincia cinese del Wuhan, i supermercati italiani – anche quelli del profondo nord varesino – furono presi d’assalto.

I carrelli rigurgitavano di prodotti e di alimenti vari, tanto che sembrava che i portatori avessero deciso all’improvviso di lasciare il lido d’origine per andare a stabilirsi nel Bangladesh. Tutti si avvicinavano alla casse, mentre altri curiosi e volenterosi scattavano foto con gli smartphone agli scaffali rimasti vuoti (foto da travasare a breve nei post di Facebook). Poi gli scaffali sarebbero stati di nuovo riempiti, come a rassicurare le formichine che non stava per scoppiare la terza guerra mondiale. Ma tant’è. Il popolo è sempre diffidente e affamato, e si deve premunire.

Venne fatto notare che due erano state le principali derrate a finire nei carrelli-dispensa: la pasta, innanzitutto. Tutti i generi di pasta tranne, chissà perché, le pennette non rigate che immediatamente gli chef imperversanti sui vari canali tv in numero maggiore degli speaker giornalistici giudicarono cosa incredibile perché disdicendo il pensiero dei consumatori le penne non rigate sarebbero tra le più gustose, e magari anche quelle che più di altre arrivano a una buona cottura “al dente” e sanno trattenere meglio il sugo: evidente una diffusa e cattiva conoscenza del problema.

Il secondo genere a sparire dai “magazzini” fu l’acqua, le bottiglie e bottigliette di varia misura appartenenti a tutte le diverse marche di acque oligominerali presenti sul mercato. Bastava insomma che si trattasse di acqua minerale, gassata e no, a seconda dei gusti.

Questo fatto dell’assalto all’acqua merita una riflessione. Da anni sulle tavole delle famiglie italiane, e specie lombarde, insieme con vini d’uso comune o no, compaiono solo le bottiglie – quasi sempre di plastica – dell’acqua minerale.

Con un po’ di immaginazione, e di intuizione, è una specie di altra faccia della medaglia del corona virus: sembra impossibile ma è così. L’acqua d‘improvviso diviene un elemento prezioso come l’oro, ben più della CocaCola, nemmeno ci si trovasse a vivere in qualche deserto africano o sudamericano. L’acqua è una sorta di elemento nutrizionale che affonda le proprie radici nella storia, nel mito, nella filosofia, anche nella religione: Laudato sii mio Signore per sorella acqua la quale è molto utile preziosa e pura…

Il nostro – anche se a ogni estate siccitosa cominciano le geremiadi sui consumi – non dovrebbe essere un Paese privo di acqua, almeno a fare scorrere su Internet le marche di acque oligominerali che vengono prodotte e diffuse sull’intero territorio nazionale. Chi scrive, che è di origine umbra, ricorda – specie negli anni Cinquanta e Sessanta – le code di donne e anziani dinanzi a fonti improvvisate con carichi di bottiglie e tanichette per approvvigionarsi di acqua. Oggi imprenditori capaci con le loro fabbriche si sono sostituiti a queste esigenze.

C’è sempre stata una sorta di idiosincrasia nei riguardi dell’acqua che fuoriesce dai rubinetti di casa, nonostante tutte le assicurazioni dei laboratori comunali e provinciali. Probabilmente anche con buona ragione: alcuni anni fa, tanto per non andare lontani, l’Amministrazione provinciale di Varese promosse un’indagine sullo smaltimento dei rifiuti tossico-nocivi. Non fu un’inchiesta di facile realizzazione. Alla fine si scoprì che delle circa tremila tonnellate prodotte ogni anno, di sole 1500 si conosceva la destinazione e lo smaltimento dopo l’uso.

E le altre? Le altre, facevano osservare gli esperti, finiscono in falda magari nottetempo con smaltimenti abusivi, oltre che gravemente dannosi per l’ambiente e per la salute delle persone.

Che poi le falde siano (quasi) sempre le stesse, specie nelle località di collina o di montagna, dalle quali pure vengono prodotte le migliaia e migliaia di bottiglie di “acqua minerale” che finiscono in tavola, poco importa: le persone percepiscono a loro modo il problema – ecco perché si diceva di un’altra faccia della medaglia di possibili inquinamenti e del rischio di malattie – e provvedono di conseguenza. Ed ecco la ragione delle “razzie” sugli scaffali dei supermercati.

Morire sta bene prima o poi (meglio poi, si diceva). Ma non senza essersi nutriti fino a strafogarsi almeno di pane (pasta) e acqua.

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