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Attualità

IL PATRIARCA

CESARE CHIERICATI - 26/06/2020

meckxIn sella non possedeva l’armonia poderosa di Fausto Coppi né l’eleganza da levriero di Jacques Anquètil, tanto meno la bellezza pittorica di Ugo Koblet. Il giovane fiammingo Eddy Merckx sprigionava forza ciclopica, potenza allo stato puro, aveva l’implacabilità di un rullo compressore. Durante la Tre Valli del 1968, che fra le altre salite prevedeva anche le rampe ostili del Sant’Antonio, il belga, lasciati alle spalle Gianni Motta e Michele Dancelli, mise in scena un copione che solo lui sapeva interpretare al meglio. Senza mai voltarsi, pedalata dopo pedalata, lungo i rettilinei della Valcuvia che portavano alla base del Brinzio dilatò il vantaggio sui due prestigiosi inseguitori. Rimase con un palmo di naso chi puntava su un suo cedimento sulla storica salita varesina. L’aggredì con furibonda veemenza fendendo una folla incredula.

Del resto il talento di quel ragazzo 23enne che aveva già messo in cascina due Milano –Sanremo, un Giro d’Italia e una Parigi-Roubaix, era noto. Osservarlo da vicino era però tutt’altra cosa: trasmetteva un’immagine di invincibilità, di sterminata energia, di ostinata determinazione. Superata di slancio la Mottarossa si abbatté come un falco famelico sul traguardo di Masnago. L’indomani sulla Prealpina Natale Cogliati titolò: “Ore sedici lezione di ciclismo”. Era l’11 agosto 1968. Quelle bellissime Tre Valli, nobilitate da un’impresa strepitosa, rafforzarono ancor di più nella “competenza”, il ristretto gruppo di addetti ai lavori, la convinzione che si stava aprendo una nuova era ciclistica, quella del campione belga dal viso di porcellana, dai muscoli d’acciaio, affamato di vittorie come mai nessun altro prima e dopo di lui.

Già perché anche oggi che ha da pochi giorni compiuto settantacinque anni non è cosa semplice addentrarsi nella fittissima contabilità delle sue vittorie che in totale, salvo errori e omissioni, sono 525 di cui 445 da professionista. Da un bilancio consolidato di queste ultime ne esce una sintesi impressionante: in tredici anni di carriera (1965 -1978) ha collezionato cinque Giri d’Italia e altrettanti Tour de France, un Giro di Spagna, il record dell’ora, tre maglie iridate e la bellezza di diciannove “classiche” in linea, tra queste sette Milano –Sanremo, l’ultima nel marzo del 1976, l’anno in cui cominciarono a spegnersi per lui le luci del palcoscenico ciclistico.

Qualche mese più tardi perderà infatti il Giro d’Italia dal più forte e inossidabile dei suoi avversari, Felice Gimondi, il quale non si arrese mai alla superiorità di Eddy. Una caparbietà che valse al bergamasco, da parte di Gianni Brera, il pittoresco paragone con il capo indiano Nuvola Rossa che con tutte le sue forze si oppose alle sanguinose invasioni dei coloni yankee. Dell’amico rivale, scomparso il 16 agosto scorso, Merckx ha sempre detto: “Senza Gimondi mi sarei divertito meno e vincere sarebbe stato più facile”. Di sicuro lo sarebbe stato negli ormai mitici mondiali del ’71 quando affiancati, all’ultimo giro, scalarono per l’ultima volta la micidiale salita della Torrazza che da Balerna porta a Novazzano e poi all’epilogo di Mendrisio sul rettilineo di Vigna lunga dove il fiammingo prevalse nettamente alla sprint. “Sulla Torrazza – mi disse Merckx un paio d’anni dopo il suo ritiro dalla corse – sarebbe stato sufficiente perdere un metro uno dall’altro per dire addio alla maglia iridata, nessuno dei due tentò di andar via, avevamo le gambe a pezzi, ma io sapevo che madre natura mi aveva dato un pizzico di velocità in più rispetto a Felice”. In quel bellissimo 1971 arricchì il suo palmares di ben 54 vittorie, un altro record ancora oggi ineguagliato.

Ora che anche Felice Gimondi se ne è andato e il corona virus ha cancellato il ciclismo dalle strade, almeno fino a fine luglio, confinandolo nel limbo di una oziosa virtualità, Eddy Merckx resta più che mai, un simbolo di coraggio, un patriarca del ruvido sport delle due ruote che ha saputo riemergere, passo dopo passo, dalle rovine del doping mettendo in fuori gioco molti dei tanti apprendisti stregoni che infestavano squadre e organismi nazionali e internazionali.

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