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Opinioni

LAVORO AGILE

ANTONIO MARTINA - 10/07/2020

smart-workingLa pandemia è la prima responsabile dei momenti difficili e controversi che stiamo vivendo, in grado di aumentare la tensione sociale, economica e politica. Persino lo smart working è oggetto di pareri discordanti. La discussione tra favorevoli e contrari appare molto vivace. Il Ministero del Lavoro ci dice che il ‘lavoro agile’ (o intelligente, o telelavoro), è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività. Per realizzare questa finalità serve un processo di cambiamento con l’azione congiunta di più leve: dall’attenta considerazione degli obiettivi, delle priorità, delle necessità tecnologiche, culturali e manageriali dell’organizzazione. Quindi la prima considerazione che propongo è: allontaniamoci dal concetto unico del lavoro ‘sviluppato a casa propria’. In realtà si deve poter ‘lavorare da ovunque’. Questa è la definizione di Domenico De Masi, professore emerito di Sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma, il quale si è sempre battuto per fare approvare leggi, eliminare intoppi burocratici. Oggi orgogliosamente ripete: “Grazie alla rete, tutti telelavoriamo in vacanza, sui treni, nel tempo libero, ma non lo usiamo come diritto”. Di recente ha ribadito alcuni concetti e, da suo estimatore, li riprendo. Abbiamo raggiunto una sufficiente maturità professionale per poter passare da un’organizzazione di processo, in cui il capo controlla il dipendente in ogni momento, a un’organizzazione per obiettivi, in cui si valutano i risultati. Esiste un lavoro da portare a termine entro un tempo stabilito. Che lo si faccia a casa, al bar, di notte o all’alba o aiutato da qualcuno, non deve interessare. Naturalmente dobbiamo affrontare una resistenza patologica al cambiamento. Poi aggiungere quella che De Masi chiama la Sindrome di Clinton. I capi vogliono avere i loro dipendenti a portata di mano, così come Clinton voleva avere la sua stagista nella porta a fianco. È una sorta di erotismo che prescinde dall’erotismo vero e proprio. Se gli togli il dipendente sottomano, il capo si sente depauperato. Per l’Azienda i vantaggi riguardano, ad esempio, i costi del posto di lavoro. Spazio, affitti, mobili, riscaldamento. Chi adotta lo smart working ne ha di meno. Si riduce anche la conflittualità tra le persone. Si inducono i capi a organizzarsi per obiettivo: e questo è un enorme passo avanti. Poi ci sono i vantaggi per la comunità: meno inquinamento, meno rumore, meno traffico, meno spese per le manutenzioni stradali. Ci guadagnano tutti. Ovviamente l’altra faccia della medaglia riguarda i lavoratori, per loro è innegabile il risparmio di tempo, c’è chi butta via due ore di viaggio ogni giorno, risparmio di soldi: benzina, biglietti di treni, aerei, metro. Risparmio del pericolo di incidenti lungo il percorso. Più tempo per se stessi, per famiglia, amici, vicini di casa. Si decide dei propri orari, si conciliano interessi e propensioni. Si lavora in autonomia, per obiettivi. In Italia secondo alcune stime, si resta in ufficio, oltre l’orario, almeno una/due ore in più al giorno. E non sono retribuite. In Germania alle 17 sono tutti fuori. Lavorano 1.400 ore l’anno. In Italia lavoriamo 1.800 ore l’anno. Una follia. La cosa interessante è che lavorando 1.400 ore hanno una produttività maggiore del 22%. Quelle aziende che hanno adottato questa organizzazione del lavoro durante la pandemia sostengono di aver ottenuto un aumento della produttività del 15-20%. La dimensione del fenomeno è rilevante. In Italia su 23 milioni di lavoratori, il 70% sono impiegati, manager, dirigenti, professionisti. Il numero di persone che possono telelavorare è aumentato enormemente. Certo, non lo può fare un chirurgo (almeno per ora, poi potrà operare da remoto con l’ausilio del robot), un medico, un pompiere o l’avvocato quando ha un dibattimento in aula. Se i manager e i quadri uscissero in orario si recupererebbero 300mila posti. Perché oggi, restando di più in ufficio, lavorano al posto di altri. Ed è un lavoro non pagato. Esiste però una controindicazione. Se a richiedere il telelavoro sono solo le donne, finiranno per avere il doppio ruolo in casa. Le donne dovrebbero pretendere che anche l’uomo facesse il telelavoro, così da suddividere i compiti. Se tutti si ammalassero di Covid-19, sarebbero costretti a lavorare per venti giorni da casa. Alla fine, tutti guariti felicemente e avendo provato la bellezza del telelavoro, chiederebbero di continuare con questi criteri. Il futuro va verso questa direzione. Ovviamente rimangono gli aspetti politici. Se le persone non si recano al lavoro non si possono mantenere i servizi di trasporto, i bar e i ristoranti sono parzialmente privati della fetta della clientela nell’orario di pausa ma una cosa è certa: non sono queste le nostre priorità.

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