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Parole

BANCO DI PROVA

MARGHERITA GIROMINI - 25/09/2020

rientroIl prefisso “ri” si sta impossessando del mio eloquio, dilaga nei miei pensieri sui temi dell’educazione: ri-torno a scuola, ri-presa, ri-pensamenti (laddove ci sono stati), ri-strutturazione (per i banchi con o senza rotelle).

Sopra ogni altro solitario ragionamento prende corpo la parola rifondazione, strettamente legata al concetto di didattica. Perché a mio parere non solo ora, in tempi di Covid, la didattica necessita di essere rivisitata.

Non quella a distanza, a suo modo utile e preziosa durante il lockdown. Anche se sarebbe corretto definirla più realisticamente “insegnamento a distanza”: ovvero una modalità per esportare la classica lezione dalla cattedra in classe a remoto, ma sempre mantenendo le medesime caratteristiche dell’insegnamento frontale.

Balza agli occhi l’urgenza di ri-vedere l’impianto complessivo della scuola, dai concetti di istruzione – educazione a quelli di didattica e di metodologia.

Si percepisce una pesante cesura tra il prima e il dopo scolastici a causa del terremoto sperimentato che, cancellando mesi e mesi di lezione, ha impietosamente messo a nudo le carenze strutturali del nostro sistema.

Dispersione, disuguaglianze, ritardi nella formazione e nella preparazione di studenti e di docenti, falle nella diffusione e nell’accesso alle reti informatiche segnalano che urge un salto di qualità, un cambio di passo, un diverso posizionamento dei temi dell’educazione nella scala delle priorità nazionali.

Troppo pochi esperti di scuola sono intervenuti per elevare il livello del dibattito, appiattito sulle modalità organizzative.

Ci volevano le parole di un 81enne, Andrea Canevaro, pedagogista di fama, già docente universitario e pilastro di alcune delle innovazioni didattiche degli anni ’70 e ‘80, tra cui l’inserimento e l’inclusione dei disabili.

A suo parere si deve porre rimedio, senza indugio, alla vergogna delle classi pollaio che rispondono all’unico obiettivo del risparmio; e tornare a lavorare con gruppi di studenti contenuti nel numero per alternare le lezioni frontali a fasi di lavoro nei laboratori, luoghi dove la cultura prende corpo, staccandosi dai libri su cui poter ritornare nella fase della rielaborazione.

L’anziano professore sogna una scuola che sappia operare anche fuori dalle mura dell’edificio scolastico, nel vasto mondo, nel territorio. Che riesca a superare la classe come “orto concluso” da cui far uscire i bambini e i ragazzi, oggi chiusi nello spazio angusto del distanziamento, fermi nei banchi monoposto e congelati nei gesti dalle pur necessarie mascherine.

Concepire la scuola del Covid come il solo luogo sicuro darà spazio a una nuova forma di confinamento, quello dentro la vecchia didattica, riconosciuta dagli studiosi di scienze umane del mondo intero come obsoleta e inefficace. Prodotto dell’educazione dei secoli precedenti, continua a mantenere l’insegnamento come un passaggio di contenuti: il docente spiega, lo studente assimila; il docente interroga e lo studente risponde; il docente corregge e lo studente rifà.

Per rifondare la scuola servono docenti preparati sul piano professionale. Purché dotati degli ingredienti che rendono speciale il loro ruolo: passione, slancio emotivo, immaginazione, spinta a ri-disegnare il futuro, mente visionaria, cuore pronto a spendersi per costruire il nuovo, qualità che oggi restano sopite dalla precarietà del quotidiano.

Forse è giunta l’ora di spostare l’attenzione della società dai banchi ai contenuti.

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