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Economia

TRISTE ADDIO

GIANFRANCO FABI - 08/10/2020

Lo storico palazzo della Popolare di Luino e Varese

Lo storico palazzo della Popolare di Luino e Varese

L’ultimo baluardo è caduto negli ultimi giorni. Il Consiglio di Stato ha respinto, dopo un lungo iter, i ricorsi che erano stati proposti da più parti contro il decreto del Governo Renzi, e i successivi decreti attuativi della Banca d’Italia, con cui si obbligavano le grandi banche popolari a trasformarsi in società per azioni. E così cadrà inevitabilmente anche la trincea con cui difendeva la sua autonomia la Banca popolare di Sondrio, l’ultimo istituto che era riuscito a rimandare l’abbandono del vecchio modello popolare.

I risultati di uno dei più improvvidi provvedimenti finanziari degli ultimi decenni sono altrettanto evidenti, quanto devastanti soprattutto nella prospettiva della finanza in qualche modo legata al territorio. La legge ha infatti portato alle estreme conseguenze una tendenza già in atto, quella delle concentrazioni e dell’ingresso dei grandi gruppi finanziari internazionali, una tendenza che proprio la struttura delle popolari era riuscita a frenare.

La spiegazione è molto semplice. Nelle popolari ogni azionista ha un voto, indipendentemente dal numero di azioni che possiede, e quindi è impossibile che si formino gruppi di controllo. Nelle società per azioni invece chi ha più quote ha più potere e ogni azienda è di fatto contendibile da parte di chi offre di più. È avvenuto così che in pochissimi anni le popolari trasformare in spa hanno perso in gran parte la loro identità.

È così che Ubi banca è stata conquistata da Banca Intesa che aveva già assorbito le due popolari venete. Il Banco popolare si è unito alla Banca popolare di Milano nel nuovo BancoBpm. Il Credito Valtellinese è entrato nell’orbita dei francesi del Credit Agricole.

Per la realtà varesina, se si eccettua la piccola e coraggiosa Banca di credito cooperativo di Buguggiate e Busto Garolfo, di istituti locali ormai non ce ne sono più. E si deve registrare il predominio di Banca Intesa che ha di fatto gradualmente conquistato la maggior parte dei 18 istituti di credito locali che nell’ultimo dopoguerra erano di fatto insediati nella provincia. Nel raggio di cento metri da Piazza San Vittore, dove è la sede varesina di quella che era la Cassa di risparmio delle provincie lombarde, c’erano fino agli anni ’70 la Banca industriale gallaratese, la Banca popolare di Luino e di Varese, il Credito Varesino, il Banco lariano (che aveva acquisito la Banca Alto milanese), tutte banche finite ora nell’orbita proprio di Banca Intesa, divenuto il più grande istituto italiano.

Il Credito Varesino è stata la prima banca locale a cedere le armi all’inizio degli anni ’70 entrato nell’orbita della Centrale di Roberto Calvi per poi passare nel ’92 alla Banca popolare di Bergamo per entrare poi in Ubi banca dove era già confluita la Banca popolare di Luino e Varese dopo essere stata acquisita dalla Banca popolare commercio e industria.

Un risiko bancario che ha portato alla creazione di un colosso in grado di stare alla pari con le grandi banche europee. Banca Intesa oltre ad essere un istituto fortemente diversificato ha peraltro due aspetti particolarmente positivi. Ha cercato di mantenere una specifica presenza territoriale e ha particolarmente sviluppato negli ultimi anni una forte presenza sociale con iniziative mirate di welfare e di solidarietà.

Ma nell’ottica varesina resta tuttavia il fatto che la presenza sul territorio è ormai appannaggio delle grandi banche nazionali o degli istituti esteri, in particolare francesi.

È così destinato a disperdersi il vero valore aggiunto di una banca locale: quello di essere gestita da persone del territorio, che conoscono la realtà, la vita e gli affari delle persone e insieme le speranze di una comunità. Le banche locali non a caso sono in gran parte nate alla fine dell’Ottocento su ispirazione e impegno di un mondo cattolico vicino al patrimonio di valori e al tessuto economico, associativo e culturale delle realtà locali.

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