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Il punto blu

QUEL CHE SO FARE

DINO AZZALIN - 08/10/2020

Dino Azzalin in Africa

Dino Azzalin in Africa

Sono sempre stato convinto che prima di fare il poeta e lo scrittore avrei dovuto garantire a me e alla mia famiglia un tranquillo tenore di vita, e pertanto non avrei potuto scrivere per vivere. Nonni e genitori avevano mal sopportato l’esito della guerra, i lutti, le rovine, la povertà, la fame e quella frase “perché figlioli siate migliori di noi”, voluta dal parroco del paese dove sono nato sul palazzo adiacente alla chiesa, mi è subito rimasta impressa. Essere migliori in tempo di pace avrebbe dovuto essere più semplice, ma giacché la vita tiene in serbo errori per tutti, non so se sono migliore: ci sono giudizi discordanti a questo proposito. Anche per quanto riguarda l’artista, non so cosa sono diventato, sicuramente ci sono voci più autorevoli, certo è che ho sempre amato l’Arte. E non mi è mai piaciuto il cliché del poeta povero e dannato né tanto meno ai margini della società, alcolizzato, drogato, magari tormentato sì, ma non morto di morte precoce fra gli stenti o addirittura suicida. Cose d’altri tempi. Invece una cosa è certa: ho cercato di spostare l’asticella sempre un po’ di più verso l’alto, e verso l’altro, ed è sempre stato questo il valore aggiunto. Se non volevamo tornare al paesello e all’indigenza dovevamo impegnarci a lavorare sodo e meglio. Questo, per me e i miei fratelli, è stato l’imperativo dei nostri genitori e così abbiamo fatto. Non importava quale fosse l’attività, bensì che fosse onesta e redditizia. A tutti, diceva mio padre, deve essere concesso il diritto alla vita e saranno solo le personali capacità, la volontà e la fortuna a determinarne le sorti. E da allora mi sono sempre schierato contro la povertà e non contro la ricchezza, questo è stato il leitmotiv della mia vita, e ho lottato per una più equa ridistribuzione delle risorse di cui l’uomo può disporre, senza distinzione di provenienza geografica, ceto, religione. Non esiste un luogo eletto né un popolo eletto o una terra promessa (in cui si è comunque ospiti a termine), dove arrivare e rimanere per sempre. La storia delle immigrazioni lo insegna, soprattutto quando siamo proprio noi a scriverla.

Il viaggio che dal Veneto ci ha condotto in Lombardia allora aveva qualcosa di eroico, quando spostarsi su una distanza anche relativamente breve, si parla del 1962, era impresa epica e memorabile. Quel viaggio ci ha però cambiato la vita, l’ha certo sradicata, e ha lasciato addosso un senso di nomadismo profondo che, per quanto mi riguarda, non mi ha mai abbandonato portandomi spesso in giro per il mondo. Magari la sete di conoscenza era già presente in me fin da bambino, “mascherata” dalle urgenze famigliari finalizzate a soddisfare i bisogni primari, ma nel dopoguerra ogni cosa era difficile, subiva molti condizionamenti e quindi non saprò mai se questa peculiarità mi appartenesse sin dall’infanzia o se sia stata la conseguenza di un disagio. Certo la caparbietà e la determinazione dei miei genitori hanno fatto sì che la condizione di immigrati si tramutasse, grazie pure a un pizzico di fortuna, in una sorta di grande riscatto che ha garantito a tutti istruzione, cultura e un diverso livello di vita. Tuttavia, non ho mai dimenticato le origini umili, la terra natale, e ciò ha rappresentato la nota in più nelle mie scelte professionali e umane. Ho studiato e sono diventato medico, esperienza che ritengo meravigliosa, non solo per la professione che svolgo, ma per come mi consente di entrare in contatto con gli altri e di percepire la realtà che mi sta intorno. Sono stati i libri, però, gli incontri più belli che hanno cambiato il mio destino, e costituiscono ancora una forma (per me rara) di felicità, se hanno anche la felicità della forma. In tal senso sono sempre stato molto curioso e onnivoro e già da piccolo mi piaceva conoscere il significato delle parole, al punto che in quinta elementare fu dono assai gradito un vocabolario della lingua italiana, un piccolo Palazzi bianco su cui trascorrevo le giornate, e poi in terza media un più evoluto Garzanti rosso che ha segnato, ancor prima di Internet, il resto dei miei giorni. Inoltre, sono rimasto affascinato da una Bibbia per ragazzi vinta come premio all’ Oratorio di Biumo Inferiore con il catechista Vincenzo Ciappina. E anche se non ho fatto grandi follie per la religione, come (quasi) tutti ho ricevuto i sacramenti, e ho avuto qualche crisi mistica, al punto che mia madre nel periodo in cui capitò, abitavamo ancora nel Veneto, arrivò a dire che avrei potuto studiare in seminario. Fortunatamente siamo partiti per la Lombardia e il progetto è svanito. In effetti è pieno il mondo di preti e suore che diventano tali solo per garantirsi il pane quotidiano, lo vedo lavorando come volontario soprattutto in Africa. Vecchio e Nuovo Testamento, lettura per ringraziare di aver avuto salva la vita in una terribile avventura nel Continente Nero, mi ha portato a riflessioni profonde sulla natura “divina” di quanto scritto. La figura centrale del Messia mi ha colpito molto, ma con il tempo è cresciuta in me l’idea che sin dai tempi di Mosè degli uomini abbiano dato ad altri uomini un Dio a propria immagine e somiglianza. Oggi riconsidero i limiti di un credo basato su episodi e avvenimenti che risalgono a più di 2000 anni fa, rileggendo la Bibbia come un grande e misterioso “romanzo storico”. Se sostenere che aleph, bet, ghimel erano Dio dentro a un fiore merita il cherem, la più alta punizione della Torah, ossia la scomunica, allora è come dire che l’immanenza del vivere non può coesistere con l’immanenza della Natura, vera e sublime testimonianza del Dio di Spinoza e di Einstein. Ma questa è un’altra storia. Ho cercato una pura Utopia, ho incontrato l’arte del vivere, la vertigine del limite, la tenerezza degli eroi, la bellezza. Ho sperimentato anche la via degli ideali, degli idoli, della politica, della rivoluzione. Da ragazzo presumevo che se gli artisti erano dei falliti, era perché non avevano voglia di lavorare, vivevano liberi, dipingendo o suonando, con un tempo migliore di chi doveva timbrare il cartellino ogni giorno. Quasi mai ho pensato che si può anche vivere della propria arte, basta sapersi accontentare, ma se l’inclinazione artistica è un bisogno urgente, allora bisogna lasciare libere le mani e il cuore per dare forma ai propri sogni. Casualmente mi sono imbattuto nella poesia, in cui il fascino irresistibile della parola mi ha portato a credere nell’invisibile, nell’indicibile e nell’inaudito. Non si vive certo di poesia, ma essa mi ha aiutato e mi aiuta a vivere, placando certi moti interiori, abbellendo esperienze tremende che capitano inevitabilmente nel corso della vita, come la malinconia, la delusione, la dittatura dell’eros, il raptus, il dolore, gli abissi.

Ho sempre ritenuto che il mio lavoro fosse funzionale alla Poesia e li ho fatti coesistere come fratelli. Del resto gli incontri con i grandi dell’Odontoiatria, come Per-Ingvar Brånemark o Jan Lindhe, e della Poesia, Mario Luzi o Andrea Zanzotto, Pablo Neruda, Sergej Esenin, Fëdor Dostoewsky, Luciano Anceschi e tanti altri, sono stati ugualmente fondamentali per la mia esistenza. E quest’ultimo già anziano, l’ho ripetuto tante volte, mi disse un giorno dopo un’intervista nella sua casa di Bologna: “lei faccia bene il medico e vedrà che anche come poeta avrà tante soddisfazioni”. Così sono divenuto il dentista-poeta o, nel neologismo più caro, il “poetista. Quella dello scrittore, in fondo, è l’arte del curare con le parole e, come nel caso dei medici circa la prescrizione delle terapie, di non tutti gli scrittori si può dire che “curino bene con le parole”. La metafisica della qualità, cioè cercare nella qualità delle cose la via della felicità, è sempre stato il motivo profondo, la mia ossessione, e “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” di Manuel Pirsig è la lettura cult di una generazione che mi ha notevolmente influenzato. Da questi eventi ho tratto gli insegnamenti che ho applicato nella pratica della medicina odontoiatrica e nella vita quotidiana. Non ho mai separato il medico dallo scrittore, naturalmente passando per una serie intricata di cunicoli e viali e incrociando una variegata tipologia di persone che mi hanno portato fin qui a riflettere e a ragionare sulla filosofia della vita come un predestinato. E là dove non riusciva una diagnosi faceva la poesia. Così ho vissuto davvero tante vite e non ho ancora compreso quante e quali siano state degne di essere vissute, ma dentro ciascuna ho sempre messo tutto me stesso, non mi sono mai risparmiato, neanche quando avrei potuto prendermela comoda e vivere di rendita. Nessuno mi ha regalato nulla e non ho ascoltato mia madre che non voleva che prendessi certe strade “pericolose”, intendendo i viaggi o la frequentazione degli “strani”, come chiamava gli artisti, i poeti, le muse, gli scrittori, i perditempo, i musicisti che ho incontrato fuori casa e in giro per il mondo. Ho affinato i gusti e di conseguenza ho eliminato nel tempo talune consuetudini che mi avevano trasmesso i genitori, come quella di consumare certo vino o cibo mediocri passati per genuini solo perché prodotti dalle loro mani, il latte cagliato, il pane raffermo, ma tutto era avvolto da affetto e amore e questo li giustifica tuttora. Non c’è nessuna colpa, merito, o vanto a essere nati in un villaggio d’Africa oppure a Varese o a Manhattan, perché la lotta per sopravvivere è il conto alla rovescia verso l’appuntamento finale che attende tutti, la morte. Vedo negli occhi le desinenze del fuoco, della passione e dell’oblio, sono andato ben oltre il filo di lana, anche quando ho capito che la corsa era terminata, ma ho sempre “rubato” dall’intelligenza degli altri come fossero libri da cui apprendere il segreto del vivere. Avrei potuto raccontare al meglio di quello che so fare il resto delle mie vicende senza incorrere verso la peggior forma di idolatria dell’uomo, che è fatta per falsi generatori, il potere, il denaro, l’eros, l’ambizione smodata, e la convinzione dell’esistenza del bene e del male. Poi verso la fine del viaggio mi imbatto nel testo di un poeta sconosciuto ai più che scrive parole rivelatrici: “Arriva un tempo in cui dopo una vita passata ad aggiungere inizi a togliere/.Togli i cibi che ti fanno male/ togli i vestiti che ti vanno stretti o troppo larghi/. Togli le cianfrusaglie dimenticate nei cassetti/.Togli il cuore dai posti dove non c’è più amore/togli il tempo passato a inseguire persone./Togli lo sguardo da chi ti ha ferito/togli potere al passato/ togli le colpe dai tuoi racconti/e lo sguardo da chi ti parla dietro./Togli le erbacce intorno ai tuoi sogni/i compromessi che ti sporcano le scelte/e i sì, concessi per adattamento./ La vera ricchezza non è aggiungere ma togliere” (Massimo Migliorati).

Mi ritrovo improvvisamente vecchio, il fisico in buone condizioni ma certo non più scattante, seduto al porto di Lipsi, piccola isola del Dodecanneso, con tanti caduti intorno che rivendicano fino all’ultimo momento il diritto al ricordo. E mentre attendo che Despina, la giovane figlia del proprietario, mi serva il caffè, guardo le barche del porto partire, penso a mia moglie e a mio figlio che un giorno dovrò lasciare per questo mare di vento e d’amore che Dio mi ha dato come unico cuore, invulnerabile e inviolabile al di là delle leggi della biologia e del destino.

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