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Il Mohicano

1980. IL TERREMOTO E NOI

ROCCO CORDI' - 27/11/2020

Via Varese a Montoro, il Comune gemellato con la provincia di Varese (da Google earth)

Via Varese a Montoro, il Comune gemellato con la Provincia di Varese (da Google earth)

La prima immagine diretta degli effetti del terremoto appare all’improvviso quando il treno si ferma in una stazione…che non c’è più. Si vede solo un cumulo di macerie. Chiediamo: scusate dove siamo? Altavilla Irpina rispondono. Adesso e chissà per quanto tempo ancora la “nuova” stazione è semplicemente una carrozza ferroviaria ferma su un binario morto. Quando arriviamo ad Avellino la stazione sembra in buono stato (forse perché la facciata era stata rifatta solo pochi mesi prima), però è il perimetro è tutto transennato”.

Sono alcune righe delle 12 pagine di appunti ritrovati nella mia vecchia agenda del 1980 tutti dedicati al terremoto che il 23 novembre di quell’anno sconvolse l’Irpinia,. Per alcuni giorni non si ebbe l’esatta percezione degli effetti sconvolgenti del sisma anche per le gravi carenze organizzative e il drammatico ritardo nei soccorsi. L’Italia prese coscienza della vastità del disastro solo dopo il discorso in TV dell’allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. La sera del 26 novembre a reti unificate Pertini esprime tutta la sua indignazione per quanto ha visto e saputo. Parole dure, inusuali per un uomo delle istituzioni. Ma Pertini, che ne ha viste e subite tante, non si lascia certo condizionare dal protocollo e dai formalismi. Dice le cose come stanno senza fronzoli, denuncia i ritardi e le inadempienze, si fa portavoce delle sofferenze e del dolore di quanti quella immane tragedia la stanno vivendo sulla loro pelle. L’appello del Presidente a mobilitarsi per “andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi” è subito accolto anche a Varese.

Provincia, Comuni, partiti, sindacati, associazioni del volontariato, singoli e gruppi, si organizzano rapidamente mettendo in campo azioni coordinate e mirate. La necessita di impiegare al meglio le risorse umane e materiali, evitando dispersioni e sovrapposizioni, era già stata sperimentata quattro anni prima dopo l’altro sconvolgente terremoto che aveva colpito il Friuli. Ora però tutto è più difficile non solo perché i luoghi colpiti dal sisma sono a circa 900 Km di distanza, ma anche per la vastità dell’area e il numero di comuni coinvolti (oltre 500 e con metà del patrimonio abitativo distrutto o inagibile. Il bilancio finale sarà di 2.914 morti, 9.000 feriti, 280.000 sfollati).

Gli aiuti da Varese partono cinque giorni dopo la prima scossa. La gara di solidarietà aveva dato rapidamente i suoi frutti. Viveri, medicinali, vestiti e altri beni di prima necessità vengono raccolti un po’ ovunque e inviati in Irpinia con una colonna di auto con a bordo anche tecnici della Provincia. Partono anche una trentina di roulottes destinate a fornire un pronto rifugio a chi aveva perso la casa. Ogni Provincia italiana si era “gemellata” con un Comune terremotato. Per la nostra provincia venne scelto il Comune di Montoro Superiore in provincia di Avellino. Ma i varesini sono anche ricordati per il grande ruolo avuto nella organizzazione dei soccorsi dall’onorevole Giuseppe Zamberletti, nominato dal governo commissario straordinario, e dal professor Salvatore Furia. La “Protezione civile” era ancora di là da venire. Eppure la legge che la istituiva era già stata approvata dal Parlamento nel 1970 (legge n.996 dell’8 dicembre 1970). Purtroppo per renderla operativa ci sono voluti il terremoto del Friuli e quello dell’Irpinia.

La Direzione nazionale del PCI aveva sollecitato tutte le sue strutture e i compagni presenti nelle istituzioni a farsi parte attiva di uno straordinario impegno comune per fornire le popolazioni colpite degli aiuti necessari. Oltre alle iniziative locali decidemmo, d’intesa con la segreteria regionale campana e quella provinciale di Avellino, di organizzare un sopralluogo per renderci conto direttamente (allora non c’erano i mezzi di informazione e le reti comunicative di oggi) della gravità della situazione. La segreteria provinciale mi affidò la “missione” durata alcuni giorni. Per non intralciare il già difficile lavoro dei soccorsi decidemmo di visitare solo alcune località e di raccogliere tutte le informazioni utili in apposite riunioni presso la locale Federazione. Una sede modesta con le pareti piene di crepe. Alla mia domanda “Ma non avete paura che qualche altra scossa di assestamento faccia venire giù tutto?” mi rispondono tranquillamente “Sì, ma per ora è dichiarata agibile, poi si vedrà”.

Dai numerosi incontri avuti con dirigenti e militanti del PCI, singoli cittadini e amministratori (tra cui anche il sindaco socialista del Comune a noi gemellato) emerge con forza la preoccupazione prioritaria di far giungere gli aiuti laddove c’è urgente bisogno. Manca ancora una conoscenza precisa della situazione, ci sono zone non raggiunte dai soccorsi, c’è da assicurare un rifugio sicuro e un pasto decente a migliaia di persone (la conta dei danni al patrimonio abitativo di Montoro Superiore ha già superato la soglia del 50%). Tra i miei appunti leggo pure che visitando la frazione di Banzano (Montoro) alcune persone si avvicinano chiedendo “Voi siete i tecnici del Comune? Venite, venite a vedere”. Ecco, erano ancora in attesa di qualcuno che verificasse i danni e l’agibilità delle abitazioni in cui vivevano.

Ovunque il disastro appare immenso. Gli effetti del terremoto sono stati ancora più devastanti per la persistente storica arretratezza, il degrado e la fragilità di un territorio abbandonato a se stesso. Un’area vasta privata delle energie dei più giovani costretti a emigrare e con vaste fasce della popolazione costrette a vivere in condizioni di vera propria miseria.

Comune è l’allarme dei miei interlocutori per la presenza e l’azione di gruppi e personaggi legati al sistema politico clientelare della DC, impegnati a gestire e dirottare le risorse non dove c’è più bisogno, ma là dove possono “rendere” di più. Non mancano neppure agitatori legati a clan camorristici impegnarti a soffiare sul fuoco facendo leva sull’orgoglio territoriale e personale (ferito anche dalla campagna denigratoria di certa stampa). In realtà l’obiettivo comune di tali gruppi è quello di ostacolare e impedire l’affermarsi delle nuove modalità gestionali, avanzate da alcune Regioni impegnate in prima fila negli aiuti. Dietro certi slogan “siamo in grado di fare da soli” “siamo autosufficienti” “non abbiamo bisogno di “liberatori” era palese la volontà di affossare i “protocolli d’intesa” che si stavano sottoscrivendo tra istituzioni al fine di gestire in modo trasparente e partecipato le risorse messe a disposizione per l’emergenza e la ricostruzione.

Le testimonianze raccolte, le domande e i bisogni emersi nella breve esperienza vissuta in presa diretta le ho poi riportate nelle numerose riunioni istituzionali che, a Varese come altrove, hanno dato vita ad una delle più grandi gare di solidarietà nazionale.

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