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Attualità

SPERANZA

EDOARDO ZIN - 18/12/2020

annunciazioneAttraversato il chiostro del convento dove abitarono due profeti del loro tempo, fra’ Savonarola e Giorgio La Pira, si acquista il biglietto, si sale per una breve e ristretta scala che porta al secondo piano e, giunti al suo termine, ci appare l’affresco dell’Annunciazione del beato Angelico.

La scena è molto sobria ed è chiaro l’intento dell’autore di elevare l’animo dell’osservatore. Si resta avvolti dal Mistero: l’Arcangelo e Maria sembrano diafani, celestiali. Lo spazio è vuoto, esclusa l’apertura di una porta che si vede in fondo a destra. La luce varia le ombre leggere sul bianco delle superfici delle pareti e della volta, crea la volumetria allungata e leggera dei due soli personaggi (manca la colomba dello Spirito Santo). L’ adolescente Maria, seduta su uno sgabello, avvolta in una tunica rosa, coperta da un mantello blu, le mani incrociate sul petto, s’inchina verso l’angelo Gabriele che ha le ali socchiuse, indossa una semplice tunica color mattone, anch’egli con le braccia incrociate: attende la risposta di Maria.

Facendo protendere familiarmente i volti dei due interlocutori uno verso l’altro, il beato Angelico – a mio parere – vuole sottolineare la normalità del miracolo per i puri di cuore. Niente drappi color oro, nessun fregio rinascimentale, alcun fiore né libro aperto, niente giardini collocati sullo sfondo, né ambiente ricco di tendaggi e tappeti, come farà in altre Annunciazioni. Maria del convento di San Marco è semplice, umile, per niente intimorita per l’improvvisa presenza dell’Arcangelo che, invece, spaventa un gatto e lo fa fuggire, come ce lo presenta Lorenzo Lotto su una sua tela.

I biblisti oggi hanno reso il saluto dell’Angelo in “Rallegrati, Maria, piena di grazia” sostituendo la traduzione latina “Ave” che siamo soliti a recitare (“Ave Maria” la vecchierella intona / e nelle scarne e tremolanti mani / va noverando un dopo l’altro i grani, / a cui mistica tosa il nome dona” – mi recitava mia madre). L’angelo invita ad avere gioia perché Maria è piena di grazia. Mi sono sempre chiesto che cosa voglia dire “grazia” (con la “g” minuscola!). Da sempre ho creduto che fosse solo l’effusione dello Spirito (e sarebbe la Grazia!) che ognuno di noi riceve con i sacramenti, che ci liberano dal male. Invece l’amico biblista, ma anche la filologia, mi dice che “grazia” esprime la gioia per la “bellezza”, il “grazie” per il dono ricevuto, la benevolenza.

Maria diventa mamma e avrà un figlio. Avere un figlio è un grande dono, non un diritto. Il donatore del seme non è Giuseppe, il promesso sposo di Maria, ma addirittura Dio che, pieno di bontà, gratuitamente concepisce nel grembo di Maria suo figlio perché vuole cominciare una nuova storia con l’uomo, la sua creatura ribelle e fuggitiva. Dio ha bisogno di un cuore umano che sappia rispondere e accogliere il dono. “Dio ha bisogno degli uomini” – ha lasciato scritto un celebre romanziere francese e – aggiungo io – “ancor più delle donne”.

In questo periodo, in cui ci si affanna a cercare il vistoso e pregiato regalo, in cui facciamo festa con gli alberi adornati di stelle, perfino con i pranzi ricchi di arrosti e panettoni e dolci e vini dimentichiamo che il regalo è un dono sempre gratuito e il modo di donare vale molto più del dono. La bellezza della vita è saper vivere come se tutto ci fosse donato, non preteso. Spesso, il dono deve restare un segreto, proprio come Maria conserverà nel suo cuore “queste cose”, deve rimanere riservato, semplice per non umiliare chi ne è beneficiato, ricco di finezza che rende il dono, anche se povero, ricco agli occhi di chi lo riceve, proprio come per la mamma è prezioso il fiorellino che le offre il bambino. Per ritrovare la gioia perduta occorre donare in sincerità.

Aggiunge Luca nel suo Vangelo: “Hai trovato grazia presso Dio”. Posso con libero pensiero pensare che “grazia” voglia dire anche “bellezza”? Bellezza come quella di una ricca gemma che per far risplendere il suo incanto non ha bisogno di orpelli sfarzosi? Bellezza che diventa attrazione fra due giovani che s’inteneriscono guardandosi negli occhi o ammirano stupiti un bel tramonto, bellezza che diventa gentilezza, tenerezza, carità delle piccole cose o nei gesti d’affetto, come una carezza o un sorriso di cui ci sentiamo privati durante questa malattia pandemica? In questi tempi si sprecano le ironie sulla tenerezza. Come il virus si diffondono – al contrario – la degradazione dell’ambiente, gli scempi edilizi, gli orridi graffiti urbani la sfacciataggine, l’esibizionismo, la volgarità esibita nella parola. Virus che pervertono le relazioni. Non ci si vergogna più davanti ai femminicidi, agli stupri, alle manipolazioni, all’abuso. Si è così persa la bellezza dell’eros che è solo allusione, si è cancellato il riserbo dell’intimità, mentre la bellezza di Maria si rivela in quel “Come avverrà questo se non conosco uomo?”. Essa ha un cuore indiviso, integro, che si lascia sfiorare dall’annuncio dell’angelo e da lui si lascia guidare.

Nell’ affresco del beato Angelico, Maria è l’icona di se stessa chiamata a essere madre di un Dio che si fa uomo e madre di tutti gli uomini. Tessere l’elogio della donna è oggi un luogo comune, ma metterla allo stesso livello dell’uomo è un po’ meno facile. In questo tempo di attesa e di perdono dovremmo chiedere anche la fine di tutte le ingiustizie, tra cui quella della disparità tra i due sessi che Gesù non ha voluto.

Grazia ha la stessa radice di “grazie”, una parola che sembra sempre più rara perché abbiamo perso il senso dell’altro e preferiamo la tentazione del consumo alla comunione con gli altri. Le nostre relazioni sono diventate fragili, se non caduche, perché preferiamo strumentalizzare l’altro piuttosto che essergli d’aiuto. Maria all’Angelo che le annuncia che è stata concepita e che tra poco diverrà madre, china il capo in segno non solo di accettazione del dono, ma soprattutto per ringraziare. “Il cristiano è l’uomo del grazie”. – ha scritto Herman Hesse – perché è chiamato a fare della sua intera esistenza un’occasione di rendimento di grazie.

In queste ore che possono apparire buie, in cui vorremmo capire il nostro faticare e il nostro ragionare, poniamo domande alle quali non sempre possiamo trovare risposte. Sorge allora spontaneo il desiderio di rivolgerci a Colei che è fonte di consolazione e di speranza come canta Dante: “Qui se’ a noi meridiana face/ di caritate, e giuso, intra i mortal / se’ di speranza fontana vivace”. (Paradiso 33, 10 – 12)

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