Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Attualità

TRUMP/1 EH NO

SERGIO REDAELLI - 15/01/2021

donald-trumpLa violenza non è mai accettabile. In un’intervista al Tg5 il papa condanna l’assalto dei sostenitori di Trump al Campidoglio e deplora che l’attacco alla sede del governo Usa sia avvenuto in una democrazia: “Anche nella realtà più matura – osserva con amarezza – c’è qualcosa che non funziona”. Aggiunge all’Angelus che “la violenza è sempre autodistruttiva”. Parole preoccupate che chiamano alla responsabilità il mondo cattolico. Negli Usa tanti non accettano la sconfitta elettorale di Trump. E l’assedio al Congresso rischia di spaccare la Chiesa americana tra i vescovi che stigmatizzano l’accaduto e l’imbarazzante silenzio del cardinale Dolan di New York.

Il tonfo del presidente disturba le coscienze. L’arcivescovo di Los Angeles Josè H. Gomez, presidente della conferenza episcopale che varò la commissione per decidere se dare o meno la comunione a Joe Biden favorevole all’aborto, è costernato: “Gli americani non sono questi”. L’arcivescovo di Chicago Joseph Cupich parla di vergogna nazionale. Il collega di Washington, Wilton Gregory, ammonisce che “coloro che ricorrono alla retorica incendiaria devono assumersi la responsabilità di incitare alla violenza”. E l’arcivescovo di S. Francisco Salvatore Cordileone distingue: “I dubbi su elezioni libere ed eque non si risolvono con la violenza contro le istituzioni democratiche”.

Il tempo è galantuomo e chiarisce ora, a distanza di tre mesi, la vera natura del sovranismo trumpiano, che seduce inspiegabilmente molti politici nostrani (se non alla luce di un modo simile di vedere la politica). Ricordate l’ultima missione svolta da Mike Pompeo in Vaticano? Il potente capo della diplomazia Usa si presentò in settembre nella Santa Sede portando a nome di Trump qualcosa di simile a una minaccia al papa: “Se la Chiesa rinnoverà l’accordo con la Cina comunista per la nomina dei vescovi, metterà a rischio la sua autorità morale”. A volere essere benevoli, si prestò a una grave interferenza nelle relazioni diplomatiche vaticane.

Verrebbe da dire da che pulpito viene la predica. Sull’autorità morale del presidente uscente Usa ci sarebbe molto da dire tra pornostar e denunce per molestie, tra sospetti – lui si, quattro anni fa – di trucchi elettorali e bambini separati dai genitori al confine messicano. Ma gli ultracattolici di destra a stelle e strisce non hanno perso tempo nell’individuare le “vere” colpe nei fatti di Washington. Trump golpista è una balla – tuonano – è falso che il presidente abbia incitato alla rivolta e lo sciamano Jake Angeli è un provocatore infiltrato degli Antifa. Attribuire la responsabilità dell’assalto al leader repubblicano, dicono, è una vergognosa manipolazione della sinistra.

Per molti negazionisti di ciò che si è visto in tv, i veri sovversivi della democrazia americana fanno capo a Bergoglio, il papa degli antipatriottici rapporti con la Cina, il pontefice delle eretiche aperture ai protestanti, il vicario della visione pauperista della Chiesa e delle diaboliche evoluzioni dottrinali. Accorre in difesa dell’amato Donald anche l’ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò, varesino, che prima delle elezioni gli inviò una mistica lettera di sostegno denunciando lo scellerato patto di “forze demoniache annidate nel profondo della Chiesa” contro il candidato repubblicano, che organizzò preghiere per la rielezione e ne ottenne il pubblico elogio.

Tre giorni prima dell’assalto alla sede del Congresso, Viganò rilasciò un’intervista a Steve Bannon per Lifesite in cui invitava i difensori della verità ad “agire subito”. L’ex nunzio, nemico giurato del papa, sostiene la teoria complottista secondo cui l’esito del voto Usa è stato pilotato a favore di Biden. Non sono da meno gli amici italiani del presidente Trump. Il blogger ed ex vaticanista Rai Aldo Maria Valli definisce “sedicenti trumpiani” coloro che hanno assalito il Campidoglio e insinua che i disordini non siano dispiaciuti a chi è vicino a Black Lives Matter, il movimento nero balzato agli onori delle cronache per le veementi proteste seguite all’omicidio Floyd.

La destra italiana, in parte, si accoda. A caldo, all’indomani dei disordini al Congresso, il presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha detto la sua (“mi auguro che le violenze cessino subito, come richiesto dal presidente Trump”), suscitando l’incredulità di chi aveva visto The President scaldare gli animi in tv. Poi, con una lettera al Corriere, ha aggiustato il tiro: “Da presidente dei conservatori europei, che hanno tra i propri affiliati i repubblicani, mi sento vicina alle loro idee politiche e non ho mai fatto mistero di preferire Trump alla Clinton o a Biden, perché condivido in buona parte la sua visione economica”.

Per ultimo la “caduta” di Trump, che rischia l’impeachment, ha acceso il dibattito sui limiti della censura fra chi sostiene il suo diritto a dire ciò che vuole e chi applaude, invece, alla decisione di Twitter, Facebook, Tit Tok e altre piattaforme che hanno bandito o sospeso l’account del presidente per istigazione alla violenza. Può un’azienda privata zittire un politico? È giusto che i social acquistino con il diritto di veto un inusitato potere sulla libertà di espressione? È una situazione senza precedenti. Il problema è al vaglio della Commissione Ue che spiega: “Dobbiamo conciliare il rispetto dei diritti fondamentali con una maggiore responsabilità dei social”.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login