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Società

CAPIRE

EDOARDO ZIN - 16/04/2021

18 aprile 1951: la firma del trattato della C.E.C.A.

18 aprile 1951: la firma del trattato della C.E.C.A.

Mentre la pandemia non cessa di colpire donne e uomini e molti inveiscono contro quello che chiamano “stato d’emergenza”, ci sono altri che chiedono l’apertura di tutte le attività e scendono in piazza per protestare. Incollati davanti al televisore, ascoltiamo il mantra dei numeri dei contagi, dei ricoveri, dei morti. C’è chi piange la morte del familiare e dell’amico. Molti non hanno più lacrime. “È un tempo desolato – dice il nostro Arcivescovo – per troppo soffrire… siamo spossati, logorati dalla tensione, insofferenti nei confronti di un contesto e di una situazione opprimente. La stanchezza diventa insostenibile”.

Tra i danni provocati dalla pandemia c’è pure quello della disattenzione alla storia, quella che continua svolgersi attorno a noi e quella che dobbiamo costruire: lo scoppio di guerre inattese, la nascita di nuovi mostruosi miti, le guerre non dichiarate, dietro a cui si muovono le grandi potenze, il travaglio delle migrazioni, le catastrofi procurate dall’incuria degli uomini.

Dovremmo prestare più attenzione alla storia, non quella appresa da date e denominazioni di battaglie, di scontri, di commedie recitate quasi a memoria e di cui non si capisce il senso. Oggi siamo chiamati a comprendere la storia che ci passa accanto, che deve acquistare senso di vita, messaggi da accogliere, disegni per itinerari futuri. È questa storia che non è solo progetto per ogni singolo essere umano, ma progetto di generazioni per una comunità che sta pellegrinando in questo momento. Lo comprendiamo in questi giorni così affannosi: dobbiamo tralasciare la passionalità e la partigianeria e ricercare insieme quella misura di valutazione che ci può inserire con più competenza e con più attenzione nella storia di oggi.

Che cosa sarebbe stata la lotta contro il malefico virus, senza l’Europa? Mi sembra di sentire i soliti petulanti: “Avremmo fatto da soli”. Che cosa avremmo potuto fare con le nostre scarse risorse e con un debito pubblico esorbitante? Quale economia sarebbe nata settanta anni fa se fosse prevalsa l’etica del capitalismo su quella fondata sulla comunione dei beni? Come sarebbe diventata l’economia dell’Europa nascente se il cammello non fosse entrato per la cruna dell’economia di comunione, tipica delle prime comunità cristiane e del monachesimo?

Era l’imbrunire del 18 aprile 1951 – a meno di un anno dalla storica dichiarazione di Robert Schuman – quando a Parigi – nello stesso salone del Quai d’Orsay in cui Schuman aveva lanciato la sua proposta di unire i paesi d’Europa in una Comunità –quando il cancelliere Adenauer e i cinque ministri degli Esteri di Francia, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo firmavano il trattato della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (C.E.C.A,.).Giusto settanta anni fa.

Nel preambolo del Trattato sono esposti i valori che dovevano animare la Comunità: la pace fra le nazioni, come imperativo categorico, non una strategia politica, un disegno morale e spirituale; la riconciliazione fra Francia e Germania, pietra angolare della nuova Comunità, che sostituiva ai risentimenti e alle diffidenze del passato una nuova politica fondata sulla conoscenza, sulla fiducia e sulla cooperazione; la solidarietà, cioè una gestione comune del carbone e dell’acciaio che fosse rigorosa e responsabile, ma anche equa nei confronti dei Paesi più bisognosi; la prosperità di tutti i Paesi fondata su un’economia fondata sull’etica, sul rigore coniugato con la crescita; la sovra-nazionalità espressa in istituzioni indipendenti dagli stati nazionali alle quali essi avrebbero ceduto sovranità e competenze.

Se Schuman, durante i negoziati e l’assemblea di Parigi, si era battuto strenuamente perché questi principi fossero sanciti nel Trattato, il suo consigliere e fedele amico Jean Monnet organizzava le strutture di questa nuova, singolare forma di associazione di Stati: un’Alta Autorità, un Consiglio dei Ministri con l’incarico di approvare l’operato dell’Alta Autorità, un’assemblea parlamentare che doveva controllare l’indipendenza dell’Autorità, una Corte di Giustizia per dirimere gli eventuali contenziosi. La C.E.C.A. rappresentava il primo passo verso l’unità europea. Ad esso sarebbe seguita una seconda tappa con l’istituzione della Comunità Economica Europea e la Comunità Europea dell’Energia Atomica. Alla costruzione di un’Europa unita economicamente dovevano seguire altre tappe fino a raggiungere il traguardo finale: l’unità politica dell’Europa con una sua moneta, un esercito comune, una comune politica estera.

Nella sua enciclica “Fratelli tutti”, proprio nel primo capitolo “le ombre di un mondo chiuso” Papa Francesco ricorda il sogno di un’Europa unita con le parole che egli stesso pronunciò davanti al Parlamento europeo nel 2014: “la ferma convinzione dei Padri fondatori dell’Unione europea, i quali desideravano un futuro basato sulla capacità di lavorare insieme per superare le divisioni e per favorire la pace e la comunione fra tutti i popoli del continente”.

L’Europa d’oggi non è più quella del dopo-guerra. Ci sono nuove sfide da affrontare, oltre che a quella della pandemia. A chi quotidianamente lavora contro la degradazione della biosfera, l’incertezza economica e la crescita delle disuguaglianze, la moltiplicazione delle armi nucleari di distruzione di massa, così come quelle delle armi chimiche e informatiche capaci di paralizzare una nazione intera auguriamo di fondare la loro ricerca sullo spirito che animò i Padri fondatori della C.E.C.A. animato dalla fratellanza, legge universale su cui costruire le relazioni sociali.

L’Europa ha oggi il compito di coinvolgere in questo progetto di fratellanza tutto il continente, tutte le nazioni, le società civili, i cittadini, le culture. Perchè ciò avvenga è necessario recuperare i valori morali e spirituali che furono alla base della C.E.C.A.

Ecco perché la riflessione sulla storia non ci offre solo cultura indispensabile, ma stimolo a procedere. Diventa pedagogia essenziale per l’uomo.

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