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Parole

PIZZA AL TAGLIO

MARGHERITA GIROMINI - 07/05/2021

michelePrendo in prestito il titolo di un libro di Enrico Deaglio del 2015, “La banalità del bene”, sulla vita del Giusto tra le Nazioni Giorgio Perlasca.

Ben più noto è il titolo del libro che esprime il concetto opposto, “La banalità del male”, in cui la scrittrice ebrea Hannah Arendt raccolse le riflessioni sugli esecutori del progetto di sterminio di Hitler, dove viene delineata la figura, in apparenza scialba e insignificante, di Eichmann, una delle più crudeli ed efficaci macchine di morte della Shoah.

Sembrerà esagerato, quasi irriverente, che io ricorra a esempi così forti di realizzazione del bene, e del male, per segnalare la vicenda occorsa a Michele, ventunenne studente di Verona che per pagarsi gli studi fa il rider.

Per aver compiuto un pezzetto di “bene”, una buona azione si direbbe in linguaggio scoutistico, si è ritrovato sfregiato da una coltellata profonda e deturpante: più di trenta punti di sutura per un taglio che gli attraversa il volto da un orecchio alla radice del naso.

Se metto in relazione Michele con la vicenda ben più macroscopica di Perlasca non è per l’incapacità di dare il dovuto peso a due storie così asimmetriche nei risultati.

È perché alla base delle due storie io vi ritrovo la medesima filosofia di vita.

Perlasca aveva salvato migliaia di ebrei ungheresi dalla deportazione mettendo a rischio la propria vita e poi, senza clamori, a guerra finita, era rientrato in Italia per riprendere a vivere, lavorare, mettere su famiglia. Senza raccontare a nessuno, neppure ai propri cari, le terribili vicende degli anni del nazismo.

Anno 2021, tempo di guerra anche questo, ma contro la pandemia.

Michele Del Forno consegna pizze a domicilio in quel di Verona. Lungo il percorso si accorge che una ragazza di sua conoscenza si trova in difficoltà, circondata da due ragazzi in procinto di aggredirla.

Le chiede se serve aiuto. Ma non appena si ferma viene accoltellato da uno dei due, un sedicenne con alcuni precedenti di violenza.

La sua storia, come è ovvio, finisce sui giornali locali e nazionali e infine approda in TV. Parte una colletta che sfiora oggi i centomila euro per sostenere l’intervento di plastica facciale a cui dovrà sottoporsi.

Ma torniamo a Perlasca, “costretto” a rendere pubblica la sua rocambolesca esperienza di salvataggio degli ebrei perché alcune delle donne sopravvissute erano riuscite a trovarlo dopo lunghe ricerche e avevano voluto incontrarlo per ringraziarlo.

La sua vicenda umana venne alla luce e fu raccontata lungamente, anche in un bel film dal titolo “Un eroe italiano”.

Nel libro di Deaglio troviamo la chiave di questa storia: perché aveva messo a rischio la propria vita non chiedendo nulla in cambio, rinunciando persino alla riconoscenza dei salvati?

Perlasca risponde: “Che cosa avrebbe fatto lei al posto mio vedendo massacrare delle persone innocenti?”

Non gli era stato possibile, aveva continuato, rimanere indifferente alla barbarie che si stava consumando sotto gli occhi distratti del mondo. Tanti sapevano ma pochi muovevano un dito per fermare il genocidio che si stava consumando.

Lui aveva agito d’istinto, come se l’altruismo, il coraggio e la solidarietà fossero delle qualità innate e insite in ogni uomo; come se fosse semplice e normale compiere un gesto di aiuto, come se a chiunque di noi, personalmente, fosse richiesto di fare qualcosa.

Innato e normale dunque anche per Michele Del Forno, decenni dopo Perlasca e dopo altri uomini “buoni” che avevano risposto prima di tutto alla propria umanità, fermarsi per fornire aiuto anziché tirare diritto per consegnare le pizze secondo i tempi dettati dall’algoritmo.

Perché si sa che i rider, come dice il nome stesso, devono correre e più corrono più sono ritenuti efficienti.

Ecco che una sera di circa due settimane fa, al salotto di Lilli Gruber, vedo questo giovane, timido e un po’ goffo, con metà volto coperto da una medicazione, visibilmente a disagio tra i giornalisti e gli opinionisti abituali della trasmissione.

Le domande, tante, mi sono apparse un po’ scontate: si sente un eroe, perché l’ha fatto, lo rifarebbe, anche a mio figlio è successa una cosa del genere e così via.

Michele è imbarazzato, fuori contesto, fatica a capire il perché di questa esagerata notorietà che lo eleva al rango di eroe.

Nelle risposte reitera lo stesso, quasi elementare, concetto: c’era un’amica, più che altro una conoscente, che era in difficoltà, e lui si è fermato per darle aiuto.

Ma lo rifarebbe, alla luce del brutto taglio che gli deforma il viso? Certo che lo rifarebbe, come si fa a tirare diritto se si vede qualcuno che ha bisogno di aiuto?

Questa è la banalità del bene, riconosciuta dal Comune di Verona con una medaglia.

Grazie Michele, per la tua aria smarrita di eroe per caso, finito in TV nella fascia centrale degli ascolti serali.

Avrai capito come si diventa eroi in un’epoca in cui la maggioranza delle persone tira diritto e si volta dall’altra parte.

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