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Apologie Paradossali

LINGUAGGIO

COSTANTE PORTATADINO - 10/09/2021

linguaggio(S) Immagino che discuteremo della più grande tragedia, umanitaria e politica insieme, del 21° secolo, l’Afganistan.

(O) Invece suggerisco di affrontare l’altra tragedia del secolo, la pandemia, che consente di riflettere su una questione che ci riguarda tutti ed è anche più divisiva.

(C) Visto che lasciate a me la scelta, dirò: né l’una né l’altra. Sono argomenti troppo accanitamente controversi per prestarsi ad una trattazione paradossale. Rischieremmo di scandalizzare inutilmente i nostri già pochi lettori, sicuramente schierati su fronti contrapposti. Ma, prima di proporre un altro argomento, acconsento a motivare il mio doppio diniego. La questione Afganistan è stata il festival del “senno di poi”. Nessuno di questi dotti analisti si era azzardato a criticare le scelte di Trump prima, di Biden poi.

(S) Strano, di solito i profeti di sventura abbondano.

(O) Oggi invece cominciano ad avere credito, dopo che il governo talebano pare inclinato più al terrorismo che al dialogo, proprio coloro che lodano la scelta americana come un’astuzia per mettere in prima linea nella lotta al terrorismo Russia e Cina che hanno da sempre problemi grossi con Ceceni e Uiguri.

(C) Ci sono occasioni in cui è meglio perdere che vincere, ma non è facile convincere il pubblico di un tale paradosso, ci sta provando Mancini, dopo i pareggi con Bulgaria e Svizzera (scriviamo prima dell’incontro con la LITUANIA, per cui non vogliamo fare profezie di nessun genere). Quindi argomento chiuso. Quanto invece ai dibattiti su no vax e green pass, l’evidenza dell’utilità della vaccinazione e della necessità del controllo della sua effettuazione è tale che non vedo come possa esserci discussione. Eppure …

(O) Eppure quella sulla non obbligatorietà della vaccinazione e quindi del possesso del green pass è una discussione sensata, che ha coinvolto pensatori riflessivi e non solo politici avventuristi alla ricerca dell’utilità marginale di pochi voti.

(C) Eppure, stavo per dire, la cultura del sospetto potrebbe essere più radicata e coinvolgente di quanto appaia dal numero dei partecipanti alle manifestazioni no vax.

(S) Anche questo è un sospetto! Ha colto anche te.

(C) Non è un sospetto, è una costatazione empirica. In tanta gente colgo come una rassegnazione all’utilità di aderire alla “verità ufficiale”, ma senza reale convinzione. Una volta detto che vaccinarsi è un ragionevole azzardo e non farlo è irragionevole, ma solo dal punto di vista statistico, ci troveremmo ad un punto morto. I sostenitori delle opposte tesi resterebbero sulle posizioni pregiudiziali e noi avremmo sprecato il nostro tempo.

Vi propongo invece una riflessione su libertà e linguaggio ‘politicamente’ corretto, a partire da un intervista di Luca Ricolfi al prof. Marco del Giudice, che insegna all’Università del New Mexico negli Stati Uniti. (Il testo intero è pubblicato sul sito di Marco Del Giudice: https://marcodg.net).

(S) Stai parlando di un virus più pericoloso di covid19 e per il quale non esiste vaccino.

(O) Come al solito Sebastiano fa il conformista passatista e mi tocca contrastarlo. Perché non ammettere che è molto giusto e necessario che certi discorsi, anche semplici modi di dire e persino vocaboli isolati non sono affatto innocui, quando vengono usati senza riflessione e senza cautela. Tanto per fare un esempio banale, trovo molto opportuno che la Chiesa abbia introdotto nel Confiteor della messa la formula “fratelli e sorelle” al posto di “fratelli” e che nel Padrenostro abbia sostituito “indurre in tentazione” con un più ragionevole “non abbandonarci alla tentazione”.

(C) Vi prego, amici, non affrettatevi a dare prova lampante della paura mia, ben evidenziata dalle affermazioni di Del Giudice, che sto per documentarvi, che cioè questa forma di linguaggio ‘politicamente corretto’, lungi dall’aumentare la libertà di tutti, si presta a generare nuove forme di costrizione e talvolta di persecuzione.

Vi riporto qualche passo più significativo.

“-Parliamo del politicamente corretto negli Stati Uniti oggi. Come definirebbe il politicamente corretto?- Non voglio provare a dare una definizione ma una prospettiva d’insieme. Il politicamente corretto di solito si riferisce al controllo del linguaggio, per esempio tramite la creazione di tabù, la sostituzione di parole e frasi con altre, la ridefinizione di parole comuni all’introduzione di neologismi e nuove forme di etichetta (per esempio indicare i propri pronomi). Se si rimane a questo livello è facile coglierne gli aspetti più assurdi, perfino al limite della comicità. Ma fermarsi qui sarebbe un errore, perché lo scopo del politicamente corretto è modificare la realtà, e il controllo del linguaggio serve solo e unicamente in quanto strumento per incidere sulla realtà. La manifestazione più ingenua di questo atteggiamento è l’idea che si possa modificare la natura delle cose semplicemente cambiando il modo in cui se ne parla …”

(O) Non è un problema nuovo, è il famoso cavallo di battaglia di Eco nel ‘Nome della rosa’: i nomi sono importanti perché sono ciò che rimane, detto in altro modo è la narrazione che ‘costruisce’ la realtà. I politici lo hanno scoperto prima di tutti, Trump come Salvini.

(S) Proprio come i loro avversari. Biden e Letta sono tali e quali, in questo.

(C) Attenti ai pregiudizi. Leggete piuttosto quest’altro passo di Del Giudice: “La cosa più importante è riuscire a vedere il politicamente corretto non come un fenomeno a sé stante relativo all’uso del linguaggio, ma come la parte più visibile di una “creatura” ideologica molto più complessa e articolata. La chiamo wokeness perché è il termine colloquiale più comune nel mondo anglosassone, ma anche perché coglie bene lo spirito semi-religioso che la anima (essere woke vuol dire letteralmente essersi “svegliati”, aver aperto gli occhi sui sistemi di potere e oppressione che controllano la vita delle persone). L’idea centrale è che la società sia organizzata secondo una matrice più o meno invisibile di pregiudizi e privilegi (lungo molteplici assi di razza, sesso, identità di genere, orientamento sessuale, disabilità…) che si intersecano e rinforzano tra loro: la famosa “intersezionalità”. Questo crea dei sistemi di oppressione che si auto-perpetuano, operando per lo più a livello implicito e inconscio, e producono disparità tra gruppi e categorie sociali. La possibilità che esistano reali differenze culturali o biologiche (per esempio tra maschi e femmine), e che certe disparità non derivino da ingiustizie sociali ma da caratteristiche e scelte delle persone viene esclusa a priori e considerata moralmente inaccettabile, perfino violenta; anche solo suggerirlo come ipotesi è visto come una forma di oppressione e una manifestazione di sessismo, razzismo, ecc”.

(S) A me pare chiaro che si sta andando verso una negazione della realtà fattuale, voglio scegliere io una citazione che ritengo significativa, in quanto la vedo già applicata anche in ITALIA, nei protocolli che vengono per ora suggeriti, domani verranno imposti, ai medici nel colloquiare con ogni paziente, non solo con quelli che manifestano insicurezza rispetto al proprio sesso: “Dentro le università, secondo me siamo già oltre la fase del politicamente corretto: con poche eccezioni, il conformismo ideologico è talmente capillare da essere diventato quasi un fatto naturale, come l’aria che si respira. Gli speech code che regolamentano il linguaggio e puniscono frasi e atteggiamenti “offensivi”; i training obbligatori su cosa si può e non si può dire quando si presentano situazioni problematiche con studenti e colleghi; il fatto che i candidati vengono valutati in modo diverso a seconda della razza, del sesso e dell’orientamento ideologico; i libri di testo depurati per non offendere nessuna categoria sensibile e celebrare “equità, diversità e inclusione”; i messaggi dall’amministrazione universitaria, sempre allineati con i progressisti sui temi politici del momento; potrei andare avanti per un bel po’”.

(O) Anch’io, però, non accetto queste esasperazioni. Non si deve concepire un codice di rispetto come una nuova morale assoluta, più stringente persino di un decalogo religioso o di una sharia. Rispetto vuol dire guardare il diverso come se stesso, ma lasciandolo diverso, che è il contrario di obbligare tutti quanti alla finzione di una omogeneità virtuale e presunta. Penso non sia una esagerazione la preoccupazione che esprime Del giudice a proposito dell’educazione dei figli: “Ci stiamo chiedendo se sia giusto far crescere i nostri figli in un contesto dove l’autocensura, il conformismo e la “cancel culture” stanno diventando la norma, dove sta diventando impossibile parlare apertamente della realtà (anche di cose banali come il fatto che esistono due sessi biologici), dove bambini e ragazzi vengono educati a vivere la società come un gigantesco teatro di oppressione e guardare il mondo solo attraverso le lenti deformanti dell’identità razziale e di genere”.

(S) Sebastiano Conformi (O) Onirio Desti (C) Costante

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