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Urbi et Orbi

DI TUTTO DI PIÚ

PAOLO CREMONESI - 26/11/2021

raiDa alcuni giorni c’è’ agitazione tra i palazzoni di cemento di Saxa Rubra. In quella specie di bunker, costruito per ospitare gli inviati dei Mondiali ’90 e diventato poi il centro di produzione delle news dell’azienda, i giornalisti rispolverano vecchie agende, riportano a galla antichi contatti, cancellano sugli smartphone numeri desueti sostituendoli con nuovi.

È il rito che si ripete ad ogni nuovo giro di direttori. L’ultimo meno di due anni fa. Si spostano nomi, si occupano caselle con una tale velocità che di fatto impedisce ad ogni nuovo arrivato di portare a termine i progetti ideati. Ma d’altronde la stessa carica di a.d. della Rai dura solo tre anni: il tempo di seminare forse, ma poi chi raccoglie ?

Anche in questa occasione le polemiche tra i partiti (con la clamorosa scelta dei Cinque Stelle di allocarsi su un fantomatico Aventino per protesta) oscurano i reali problemi della azienda che non si risolvono certo con lo spostamento di X al posto di Y. Primo tra tutti il debito. Lo ha detto senza mezzi termini l’amministratore delegato Carlo Fuortes davanti ai Parlamentari della Commissione Vigilanza: «Il perimetro aziendale della Rai e’ diventato enormemente a rischio». In tre anni la situazione finanziaria è peggiorata sino a raggiungere un debito di 300 milioni di euro. «In tutte le istituzioni culturali che ho gestito – ha proseguito Fuortes – ho sempre difeso la qualità del prodotto. E come finanziarlo». «Ma l’unico modo - ha concluso – con cui non si può finanziare è con le perdite». Grazie al governo Renzi, poi, il canone Rai è stato accorpato in bolletta energetica. Ma il caro gas e le perplessità europee permetteranno a questa formula di durare?

Il secondo problema che la Rai si trova ad affrontare è l’età media degli ascolti. Di fronte alla velocità di produzione delle nuove piattaforme digitali, l’azienda assomiglia ad un burosauro azzannato da rapidi velociraptor. I 13mila dipendenti, i tanti centri di produzione regionali, la sovrapposizione di ruoli, la moltiplicazione di testate e la scarsa collaborazione tra di loro ne fanno un colosso che non riesce più a intercettare dove passa il mondo. I giovani scelgono altro ed il pubblico maturo, cosi’ come accade per la carta stampata, per sua natura invecchia.

Il terzo ordine di problemi è quello di essere allocata per lo più a Roma. Di cui ha assorbito i pregi come la bellezza, ma anche tutti i difetti come quelli di una indolenza portata a stile di lavoro e di una propensione a procrastinare i problemi (“tanto prima o poi qualcuno ci penserà”: ma non dicevamo così anche di Alitalia?). «I vertici Rai quando arrivano dal Nord – spiega Michele Masneri, giornalista de Il Foglio – la considerano un’esperienza esotica che li segna a vita. Poi traducono l’esperienza in libri, tipo memorie di guerra, da lasciare ai posteri». Tra i più sofferenti direttori che la Rai abbia avuto c’è stato il milanese Carlo Verdelli, ora al Corriere. Nominato direttore editoriale per l’offerta informativa nel 2015 (gestione Campo Dall’Orto) si dimise due anni dopo raccontando in un libro, appunto, Roma non perdona” la propria esperienza.

«La Rai – racconta – è fatta di tribù. C’è‘ quella del Tguno, del Tgdue, del Tgtre, di Rai Sport eccetera… Ogni tribù di fronte alla realtà non si preoccupa di raccontarla ma di come difendere la propria identità. Nessuno riesce a federarle». Un suo piano per coordinare il lavoro tra le testate (evitando per esempio l’invio di quattro, cinque giornalisti su un unico evento) è finito in uno dei tanti polverosi armadi di viale Mazzini.

Debito, ascolti, concorrenza, organizzazione. Sono questi alcuni dei problemi che fanno da sfondo alle nuove nomine (con la ricaduta in ogni testata di altri vice direttori, capi redattori ecc ecc) che fanno pensare più a pannicelli caldi applicati su un malato grave che non a reali soluzioni. Piccole osservazioni postate da chi in Rai ha passato anni belli della propria vita e forse per questo scritte con maggior amarezza.

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