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Politica

DRAGHI E IL SEMI PRESIDENZIALISMO

GIUSEPPE ADAMOLI - 17/12/2021

draghi

Sui media infuria, come sempre in questi casi, il toto nomi sul successore di Sergio Mattarella. Il più gettonato è Mario Draghi. L’unico uscito allo scoperto e tuttavia molto improbabile è Silvio Berlusconi.
Non aggiungo il mio inutile pronostico ma soltanto qualche considerazione di merito su Draghi e sulla possibilità che con lui al Quirinale si realizzi una sorta di semi presidenzialismo di fatto, secondo la suggestiva e avventurosa tesi di Giorgetti di qualche settimana fa per il quale Draghi dal Quirinale potrebbe continuare a guidare il governo per interposta persona.

E’ una tesi che considero fantasiosa, scorretta e per fortuna irrealizzabile. Semmai il tema del semi presidenzialismo va messo sul tavolo, discusso dai partiti e dai cittadini elettori. Quindi tradotto in un progetto di legge approvato dal Parlamento e poi sottoposto al referendum popolare. Prima di allora avremo, necessariamente, il Presidente con le funzioni assegnate dalla Costituzione.

C’è un’immagine che abbiamo tutti visto in tv in occasione della firma del Trattato Italia-Francia che rappresenta molto bene il nostro sistema istituzionale al più alto livello. Draghi e Macron seduti al tavolo che firmano il Trattato e Mattarella alle spalle in piedi che sorride compiaciuto. Facciamo l’ipotesi che Draghi fosse al Quirinale e un’altra personalità a Palazzo Chigi, che so: Salvini, Conte, Letta, Meloni; ebbene che cosa sarebbe cambiato? Nulla, il Presidente Draghi avrebbe semplicemente sostituito Mattarella.

Draghi al Quirinale darebbe più lustro internazionale alla presidenza della Repubblica? Ammettiamolo pure, ma i poteri sono fissati in Costituzione, punto. Ah, i poteri del Presidente! Sono un poco a fisarmonica, secondo la definizione di Giuliano Amato, cioè possono allargarsi o restringersi quando le esigenze lo richiedano. Vero, ma sulla fisarmonica incide molto di più la debolezza e l’instabilità del sistema politico che non la personalità del Presidente. E’ ciò che abbiamo visto in tutta la storia repubblicana e anche nel settennato che si sta concludendo.

Faccio solo due esempi al riguardo: quando il vice presidente del Consiglio Di Maio vola a Parigi a solidarizzare con i gilet gialli, la Francia, dopo questo irragionevole atto, richiama il suo ambasciatore a Parigi. Ebbene, chi interviene a moderare, pacificare, risolvere la questione se non il Presidente Mattarella? Lo stesso Presidente che mette fine alla brutta pagina della ricerca dei “responsabili” per salvare il secondo governo Conte e dà l’incarico a Draghi assumendosene la responsabilità.

Sostenere che Draghi al Quirinale potrebbe fare quasi come Macron in Francia è totalmente fuori di ogni logica costituzionale e dunque democratica. C’è una ragione che spinge però tutte le persone che, come me, stimano tantissimo Draghi a considerare anche la sua ascesa al Colle. Al Quirinale avrebbe davanti un tempo lungo sette anni per esercitare i suoi poteri. A Palazzo Chigi ne avrebbe, per quanto sicuramente prevedibile, solo fino al 2023. Questa è la variabile vera che lui stesso starà vagliando.

Una cosa è pressoché certa: se vogliamo Draghi a guidare la battaglia finale alla pandemia, l’implementazione del Pnrr, l’attuazione delle riforme strutturali necessarie per ricevere dall’Europa tutti i 200 miliardi previsti, il suo posto è Palazzo Chigi.

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