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Società

QUEL PANETTONE

SERGIO REDAELLI - 23/12/2021

panettoneNonni e nipoti, che squadra! Le rughe della saggezza e la vita che sboccia! È un tenero legame che suscita emozioni, che genera valori e infonde sicurezza. Spesso la parola dei nonni è un esempio, altre volte uno stimolo, il parere di cui ci si fida, la bussola da tenere in tasca contro gli smarrimenti della vita. Il ricordo dei nonni resta per sempre e si trasforma, col tempo, in amore da dare ai nipotini. Mia figlia ha scritto nella dedica alla tesi di laurea in scienze filosofiche: “Grazie al nonno che avrebbe voluto fare filosofia e a cui piace immaginarmi, in alto, tra pensieri imprendibili… e grazie alla nonna perché c’è stata con il suo antico dizionario di filosofia… importantissimo”.

Io sono cresciuto associando l’immagine di mia nonna ai palazzi della vecchia Milano, al profumo rinfrescante delle portinerie di una volta, alle gabbie di ferro liberty dei primi ascensori, al bucato steso al davanzale che odorava di sapone di Marsiglia e allo sferragliare dei tram sui binari di Porta Ticinese. Dalla sua finestra scorgevo i comignoli sui tetti e immaginavo di vedere lo spazzacamino protagonista di una lettura della mia infanzia, “Mani nere e cuor d’oro”. La ricordo zoppicante per l’artrosi all’anca. Magrissima nonostante otto figli, i lunghi capelli bianchi raccolti nella crocchia, stretta in un abitino azzurro sbracciato.

Il nonno mi sembra ancora di vederlo con gli occhialini rotondi e le lenti da miope, il basco calzato in testa piegato all’indietro e la giacca da camera. Ex bancario, assomigliava vagamente ad Alcide De Gasperi, il fondatore della Democrazia Cristiana. Se ne stava sprofondato nella poltrona della sala da pranzo. Leggeva il giornale da cima a fondo e, quando si alzava, barcollava un poco prima di mettersi diritto in piedi. L’istituzionale Corriere della Sera era quello che si avvicinava di più al suo pensiero politico moderato di sinistra. Nel solco di Luigi Sturzo che fondò il Partito Popolare nel 1919 “per dare voce ai cattolici”.

Alla fine degli anni ‘60 simpatizzava per Aldo Moro, poi rapito e ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978. La politica lo appassionava. Era parte del bagaglio di cittadino di formazione cattolica con un forte senso civico. Gli piaceva ragionare di candidati e di correnti, di seggi e ministeri pur essendo l’esatto contrario di un uomo di potere. All’ora di pranzo si sedeva a tavola tenendo in tasca l’inseparabile Settimana Enigmistica e nel taschino una matita temperata infinite volte. La nonna gli serviva il brodo con l’estratto di carne in cui spezzava il pane che poi raccoglieva pazientemente con il cucchiaio.

Di lui ricordo un episodio che mio padre mi raccontò quando ero bambino. Una sera d’inverno di tanti anni fa, era rientrato a casa al termine di una faticosa giornata in banca, particolarmente dura perché da un po’ di tempo aveva cominciato a soffrire d’asma. Era l’ultimo giorno di lavoro prima di Natale, i fiocchi di neve imbiancavano l’asfalto e nell’aria c’era voglia di festa. Teneva in mano il panettone che la direzione della banca aveva distribuito come tutti gli anni ai dipendenti.

Passando davanti alla guardiola del portinaio scorse con la coda dell’occhio il vecchio custode che gli parve più curvo del solito. Pover’uomo, quante responsabilità aveva sulle spalle! Qualche giorno prima el sciur Luisin gli aveva confidato di non passarsela tanto bene, troppe bocche da sfamare e un magro stipendio da far bastare. Di sicuro, stava peggio di lui che un posto in banca, in fondo, l’aveva. Fu un gesto d’impulso. Con otto figli che lo aspettavano nel piccolo appartamento al quarto piano del palazzo, allungò il panettone al portinaio: “Buon Natale a lei e ai suoi bambini”, gli sorrise.

Poi salì in casa e lo confessò cautamente alla moglie, ben sapendo che cosa lo aspettava. Apriti cielo! La nonna lo rimproverò a lungo per quel gesto di generosità e, certo, non aveva tutti i torti, il nonno avrebbe dovuto pensare ai propri figli, prima che a quelli degli altri. Ma quel panettone donato a chi era più indietro di lui nella scala della vita resta un tratto distintivo, un gesto che gli fa onore senza scomodare la leggenda di Martino.

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