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Politica

NON DIMENTICHIAMO

EDOARDO ZIN - 11/03/2022

In preghiera per la pace in Ucraina

In preghiera per la pace in Ucraina

La notte inoltrata del 19 marzo 1945 (non avevo ancora 5 anni) uscivo con mia madre da un rifugio antiaereo approntato negli scantinati di palazzo Piovene a Vicenza, dove avevamo trovato ricovero dopo che le sirene avevano annunciato un ulteriore attacco alla città. Mio padre era in Germania costretto a lavorare in un campo di lavoro. Ricordo ancora le fiamme rossastre, gialle, violacee che uscivano dalla carena della basilica palladiana incendiata e crollata sotto il fuoco degli aerei degli alleati. Ai miei occhi di ragazzino quelle fiamme apparvero un meraviglioso spettacolo pirotecnico. A mia madre, invece, lo strazio. Con le lacrime agli occhi, disse a un vicino: «Che se la sbrighino a farla finita questa stupida guerra. Questa attesa è peggiore di un bombardamento».

Quando, l’anno successivo, incominciai ad andare a scuola, col mio grembiulino nero, colletto bianco e fiocco blu, vedevo lungo la strada mucchi di rovine, osservavo i bei palazzi cinquecenteschi sventrati e affumicati, scrutavo il prato del parco Querini dove non spuntavano più le pratoline. A scuola mi dicevano che io e i miei compagni non avremmo più visto la guerra, la città straziata e disfatta. Invece ancora oggi la guerra incombe sul mondo, non più ammantata di ideologia, razza, di storia, di conquista. Oggi è dissimulata di pace da ristabilire tra due popoli, di liberare un paese dal nazismo. E sempre legittimata da un paranoico narcisista.

Da giovane, passai tante frontiere, visitai città della nostra Europa e constatai come l’Europa mostrasse la sua storia come una piaga viva e come quelle pietre parlassero. Nelle scorribande giovanili sui monti a me vicini e sulle Dolomiti ci imbattevamo in piccoli cimiteri di guerra e lungo la linea Maginot, a Verdun, capii più che mai la stoltezza della guerra.

A Firenze, mentre la guerra infuriava nel nord dell’Europa, sindaci delle città più importanti che sorgono attorno al Mediterraneo si sono riuniti per riaffermare – sull’esempio di Giorgio La Pira – che “Le città non possono morire perché sono parti essenziali della città di Dio su cui la luce di Dio riflette fatti d’armonia e di bontà”. Erano sindaci che provenivano da città ostaggi dalle convulsioni e dai massacri decennali in Siria; dalla Libia, ostaggio di tribù rivali; dalla Giordania, un tempo isola feconda di pace ed ora disgregata nella convivenza; dalla Turchia; dall’Algeria, Tunisia e Egitto vittime di una discutibile democrazia, terre colpite dalla malattia del fondamentalismo islamico; dalla Grecia, dall’Italia, dalla Spagna e Portogallo, da Malta, da Cipro.

Mentre l’Ucraina era in preda alle barbarie di un aggressore, a Firenze sessanta vescovi cattolici pregavano per la pace e per fare del Mediterraneo un luogo ove gli odi avversi si trasformassero in concordia, conciliazione, perdono. Perché non sperare che questo avvenga anche nel conflitto russo-ucraino, miscela di desiderio sfrenato di accaparramento e di nazionalismo?

Anche le chiese assumono un ruolo importante per cercare la pace. Papa Francesco ha dichiarato di essere disposto a tutto pur di fermare il fiume di lacrime e sangue. Le chiese dei due paesi belligeranti devono impegnarsi per far cessare le armi. Perché il patriarca di Mosca Kiril, assieme al patriarca di Kiev, a quello della chiesa ortodossa legata a Mosca, a quello della chiesa autocefala e all’arcivescovo cattolico greco-ucraino non si incontrano per pregare assieme perché la pace ritorni, per invitare a disarmare i cuori e per allontanare ogni desiderio di rivincita?

Non si cerca la pace con un dolce, irenico, ecumenico, mero intrecciarsi di sdolcinate preghiere né tanto meno con le sguaiate manifestazioni di piazza, ma con il dialogo in cui si proclama l’armonia di parole e di opere. Il dialogo incomincia dal mio cuore, si allarga con la famiglia, con gli amici e giunge nei luoghi del potere dove la pace assume il nome di ricerca del bene comune.

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