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Attualità

CARLO SUL PONTEGGIO

ROBERTO CECCHI - 16/09/2022

carlo-cenacoloNon mi è mai capitato di vedere, neanche da lontano, la mitica Lilibet, come chiamavano i suoi sudditi la regina Elisabetta II. Mentre mi è successo d’incrociare suo figlio Carlo, quel signore un po’ eccentrico, che da un paio di giorni è diventato re d’Inghilterra, col nome di Carlo III. È successo moltissimi anni fa, nel 1985 in primavera (23 aprile, mi pare), a Milano, al Refettorio di Santa Maria delle Grazie, davanti al dipinto dell’Ultima Cena di Leonardo.

Carlo e Diana erano in Italia già da qualche giorno, tra Firenze, la Sardegna e Roma ed erano passati anche da Milano. Non ricordo quali altri giri avessero fatto per la città. Ma certo l’incontro alle Grazie ci fu abbastanza presto, di buon mattino (intorno alle 10), per aver modo di apprezzare con tranquillità il capolavoro da vicino. Il dipinto di Leonardo è una di quelle cose che non è possibile ignorare, neanche quando intorno gli s’addensano polemiche al calor bianco. Difatti, quelli erano gli anni del restauro del dipinto. Un lavoro durato una quindicina d’anni (grosso modo dal 1979 al 1994), segnati da scontri fra personalità della cultura e istituzioni, tra personalità della cultura fra di loro e pure tra istituzioni fra di loro.

L’oggetto del contendere erano le modalità d’intervento per la salvaguardia dell’opera. C’era anche chi non ne voleva proprio saperne di un altro restauro, dopo l’infinità di volte che erano state messe le mani addosso a quei lacerti. Perché nel tempo, in un paio di secoli, c’erano stati almeno una decina d’interventi e tutti pretendevano immancabilmente di essere risolutivi. Invece, poco dopo la conclusione dei lavori e gli strombazzamenti per il miracoloso recupero dell’opera, riprendevano le preoccupazioni per il suo stato di conservazione. Scontri durissimi, apparentemente basati su questioni tecniche, ma molti anni dopo si scoprì che di mezzo c’era anche la politica, che aveva soffiato sul fuoco per sfruttare la baraonda e cercar di mettere le sue pedine alla guida di un’importante istituzione milanese che si occupava di salvaguardia dei beni culturali. Senza riuscirci.

Il lavoro di restauro era sponsorizzato dall’Olivetti e per questo all’incontro quella mattina c’era anche Carlo De Benedetti, in qualità di presidente della società, insieme a tante personalità cittadine, ma anche molta gente comune che era venuta nella piazzetta di Santa Maria delle Grazie per vedere la coppia, indubbiamente capace di suscitare entusiasmi da stadio. Allora, ero un giovanissimo funzionario di soprintendenza, con l’incarico di occuparmi della parte strutturale del restauro del Refettorio (molti problemi del dipinto dipendevano e dipendono dalla snellezza della parete su cui è stato realizzato).

Erano già diversi anni che mi trovavo nell’agone, ma devo dire che quella mattina rimasi un po’ impressionato. Mi chiedevo come mi sarei trovato io nei panni del buon Carlo (oggi sua maestà Carlo III) – siamo coetanei, l’unica cosa che ci accomuna – in mezzo a quel bailamme di gente petulante da cui era circondato. E invece seppe tenere bene il punto e, salendo sul ponteggio, dette dimostrazione di conoscere in dettaglio le vicende del dipinto. Gli diedi una mia guida sul Refettorio delle Grazie, appena uscita, in inglese. Il protocollo non contemplava questa fattispecie. Anzi, la vietava. Superammo i divieti con un certo aplomb.

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