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Cultura

TEOLOGIA 2022

LIVIO GHIRINGHELLI - 23/09/2022

teologiaAi tempi del Concilio Vaticano II la teologia faceva pensare a semi e germogli da curare e far crescere. Nel frattempo però il mondo è cambiato e mutata è la struttura percettiva e conoscitiva dei cattolici. Ora pare di poter avvertire un certo smarrimento, sia sul lato della gerarchia che su quello dei fedeli.

La “rapidizzazione” di cui Papa Francesco parla nella Laudato si’ ci riguarda tutti. I Padri conciliari colla Dichiarazione Nostra aetate del 28 ottobre 1965 concepivano una apertura di credito sul futuro grazie a una svolta nell’atteggiamento verso le altre religioni e nei confronti di Israele. Ed ecco irrompe sullo scenario europeo il pluralismo religioso col paradigma inclusivo cristocentrico da rivedere nel ruolo delle religioni intese come vie di salvezza. Solo che scopriamo notevoli difficoltà nel trasmettere il messaggio cristiano alle nuove generazioni. Se il Vaticano II voleva superare il tridentinismo e la forma imperiale della Chiesa costantiniana, oggi il problema serio sta nel fatto che ogni globalizzazione deve essere declinata colla frammentazione. Global e local si intersecano.

Perciò Francesco pensava all’autonomia pastorale delle Conferenze episcopali, ma la teologia studiata nelle facoltà teologiche è ancora troppo romanocentrica. E ancor più pare mancare una teologia della pace con l’accettazione della dimensione della storia, né risulta adeguato lo spirito della teologia come ricerca. Si veda l’apporto della rivista Concilium. Soccorre una rimeditazione della Lettera ai Cappellani militari di don Milani (L’obbedienza non è più una virtù) e dei Convegni di padre Ernesto Balducci, anche al fine di una decostruzione della teologia della guerra, che esce dalla Scrittura.

Per rispondere alle esigenze della realtà Francesco ha scelto il modello latino-americano, che parte dalla prassi secondo lo schema vedere-giudicare-agire. Ricorre spesso anche alla teologia dei gesti. E per varie esperienze si va oltre l’eurocentrismo (v. il caso dell’America latina). Nel caso dell’Ucraina ognuno di noi si pone il problema: crediamo nel Dio degli eserciti, delle identità nazionali o in quello che consola e abbraccia? E ci conduce alla salvezza? Il dialogo esistenziale e culturale non può essere circoscritto a piccoli gruppi. Dall’Africa e dall’Asia non possono solo pervenire le statistiche sui nuovi battezzati. Fare teologia domani sulle spalle dei giganti è non solo una eredità preziosa, ma anche il monito ad aperture generose in chiave di sacrificio e di responsabilità, anche a confortare i tanti eroismi consumati anonimi per una fede che va ogni giorno rinvigorita.

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