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Attualità

SERVI UTILI

EDOARDO ZIN - 07/10/2022

parlamentoÈ un ritornello: “Siamo alla sfascio!”. “È colpa di quei quattro cialtroni!”. “Non cambierà nulla!”.

Noi italiani siamo insuperabili nell’addossare la colpa agli altri. Vogliamo spassarcela, abbiamo scoperto le vacanze tropicali, andiamo alla ricerca del ristorante che ti offre piatti ricercati, siamo militi ignoti del reddito non denunciato al fisco e c’è chi sostiene che le tasse non pagate sono quattrini che lo Stato avrebbe dissipato e che è meglio tenerli in tasca propria.

Questi politici li abbiamo eletti noi e alcuni (o molti?) non sono diversi da noi che ce ne lamentiamo, ma rispecchiano, nel bene e nel male, chi e come siamo. La prima autocritica la devono fare gli arrabbiati, gli assenteisti, i rassegnati che non partecipano alla vita sociale, i delusi per i benefici pretesi e non ottenuti. Costoro hanno votato per il rispettivo “io”, non pensando al bene della comunità.

Sono colpevoli anche coloro che dopo una fase d’innamoramento di un leader ora si sono disaffezionati di lui. Si erano sentiti attratti dalle sue belle parole, dalle promesse che non potevano essere mantenute, dalla parola magica “mercato” che assicurava a tutti di godere dei benefici generati del benefattore dell’umanità: il ricco epulone che crea lavoro per tutti, ma non paga le tasse e pensa che la società sia costituita solo da figuri come lui.

Questo elettorato ondivago, altalenante si è infatuato del vanesio di turno. Avrebbe fatto bene al contrario partecipare alla vita democratica dedicandole passione, responsabilità, volontà. I modi sono numerosi: il volontariato, il sindacato, un partito, un’associazione. In tale modo, si possono perdere le elezioni, ma non gli ideali nei quali si crede. “Se si tengono le mani, non si sporcheranno mai” diceva don Milani e i poveri continueranno a litigare sul reddito di cittadinanza, ognuno continuerà a guardare il proprio dito, anziché il sole della giustizia sociale, mentre i potenti giocherellano con bombe atomiche.

Vorremmo che, dopo una campagna elettorale fatta di promesse spesso illusorie, i vincitori mantenessero le promesse. Le parole devono diventare fatti e le minoranze dovranno vigilare ribellandosi con lucidità quando le proposte di legge sono immerse nell’ideologia del partito o, peggio ancora, quando sono vantaggiose solo per un determinato ceto sociale.

Di fronte alle gravi emergenze che ci abbrancano – una guerra che potrebbe diventare la terza guerra mondiale dichiarata, la crisi energetica, quella economica, quella ecologica, quella sanitaria, per non parlare – ultima, ma non da ultimo! – quella educativa – le affermazioni sovraniste, i personalismi narcisistici, il razzismo quasi ostentato, il dramma dei migranti, la povertà che aumenta sempre di più reclamano una politica a misura e per l’uomo. Non servono i comizi, i talk show, le ingiurie sui social, ma occorre “pensare politicamente”, riacquistare il senso e la voglia di partecipazione, ritrovare il valore del “noi”. Da trent’anni manca il pensiero politico e con esso un modello di sviluppo economico che dietro di sé porta il fallimento di un modello di società. La storia ci insegna che giusto cent’anni fa questa mancanza spianò la strada al nazismo e al fascismo e nei recenti anni rivelò l’inadeguatezza del processo socialdemocratico ed ora viviamo in una società ancora più disuguale, più selvaggia, più incattivita.

Il 13 ottobre prossimo si insedierà il nuovo Parlamento. Vorremmo dire a ciascuno degli eletti: “Siamo stufi di assistere a risse, a contrapposizioni, a striscioni innalzati nei luoghi sacri della democrazia. Vogliamo che si “parli” (=parlamento) dopo aver pensato, che ci si confronti perché l’onore (=onorevoli) di essere rappresentanti della sovranità popolare si deve acquisire dalle proposte, non per le proteste”. E quando verrà l’ora di aver servito la Politica, senza servirsene, magari ricevendo in cambio non la riconoscenza, ma l’ingratitudine, ogni eletto sia pronto ad andarsene, senza abbandonare l’amore per l’umanità. Si diventa “servi inutili” quando si è infruttuosi per la politica, ma non per la comunità che si continua a servire.

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