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Storia

TOLLERANZA

SERGIO REDAELLI - 03/11/2022

Predappio, la casa natale di Mussolini

Predappio, la casa natale di Mussolini

Mussolini non beveva, soffriva d’ulcera. Assaggiava appena il vino quando aveva ospiti a cena nei saloni della Rocca delle Caminate. Un sorso e basta, altrimenti incominciavano i bruciori di stomaco. E quel goccio era certo Sangiovese, un vino che è sempre stato il vanto di Predappio, il paese natale del duce in provincia di Forlì. Se Benito non beveva, del resto, lo faceva il padre Alessandro, fervente socialista, seguace dell’anarchico Bakunin e di Andrea Costa. Come tutti i buoni romagnoli, il vecchio fabbro qualche calice al circolo lo buttava giù.

Certo, Mussolini è un personaggio che pesa da queste parti. Dal 1999, quando la giunta di sinistra decise di riunire gli arredi originali rintracciandoli di casa in casa e aprì alle visite a pagamento la dimora natale di Benito (con la bottega del padre e il letto in ferro costruito con le sue mani), il business è letteralmente esploso. D’estate frotte di turisti visitano la rustica dimora di sasso e pietra, in località Dovia, dove la maestra Rosa Maltoni diede alla luce Benito il 29 luglio 1883. Intere famiglie salgono dalla vicina riviera adriatica di Ravenna, Rimini e Riccione, incuriosite dal fascino della storia con tutti i suoi aneddoti.

Si racconta per esempio che la socialista donna Rachele, moglie del duce e fedele ai propri principi, faceva il giro delle carceri romagnole portando fiaschi di vino rosso ai vecchi compagni di partito che il regime aveva sbattuto in galera. Naturalmente arrivano in massa anche i nostalgici. I negozi di memorabilia, i bar, i ristoranti, gli alberghi fanno affari d’oro e nelle ricorrenze c’è gazzarra sulla tomba del dittatore. Si è ripetuto nei giorni scorsi per il centenario della Marcia su Roma (27-30 ottobre 1922), la spedizione armata ed eversiva che indusse il debole re Vittorio Emanuele III a incaricare Mussolini di formare il nuovo governo.

Che piaccia o no, la vita economica di Predappio è imbevuta nel mito del celebre concittadino e per questo si chiude un occhio sulle sfilate di fez, stivaloni e camicie nere, sui saluti romani, sui cori di Faccetta Nera e Giovinezza. Sono gesti che configurano reato? Una sentenza della Corte di Cassazione, tra le diverse e spesso contrastanti, lo esclude se l’intento è commemorativo e non diretto a provocare violenza. Vanno considerati libera manifestazione del pensiero. In caso contrario scatta l’apologia del fascismo con tutta l’eredità morale delle guerre, delle leggi razziali, dell’antisemitismo, delle deportazioni e dell’olio di ricino.

La tolleranza è ciò che distingue la democrazia dal regime autoritario. L’augurio è che il neo-ministro dell’Interno non autorizzi più l’uso dei manganelli, simbolo del Ventennio, contro gli studenti della Sapienza a Roma come è avvenuto nei giorni scorsi. Con le buone maniere a Modena i ragazzi del rave-party hanno perfino ripulito il capannone che avevano occupato abusivamente per fare musica. E non sarebbe male se nella nuova veste istituzionale, il presidente del Senato Ignazio La Russa deponesse le armi ideologiche sul 25 aprile per favorire la fratellanza e la pacifica convivenza delle idee nel Paese. Se davvero gli stanno a cuore.

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