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Attualità

INSANITÀ

ROBERTO CECCHI - 09/12/2022

medicoVediamo di non sbagliare diagnosi un’altra volta. Non dipende né dai concorsi, né dal numero chiuso, né dai difetti della categoria se oggi, quasi all’improvviso, ci troviamo senza né medici di base, né di specializzati, nemmeno nei pronto soccorso. Quel che sta accadendo, dipende solo ed esclusivamente dalla politica. Da quel desiderio smodato di taluni di lisciare il pelo a pezzi di elettorato, per qualche voto in più, facendo passare riforme scriteriate, responsabili in larga misura delle difficoltà in cui ci troviamo.

Non passa giorno che non si legga della difficoltà delle famiglie di trovare il pediatra per il bambino che non sta bene. Di anziani alla ricerca disperata di un medico che prescriva loro l’indispensabile. Del malato grave che rimane per ore in qualche sala d’aspetto di un pronto soccorso qualunque, senza assistenza, perché non c’è più nessuno nei reparti.

Si sta facendo passare l’idea che tutto questo dipenda dal fatto che Medicina abbia posto un limite al numero di studenti che vogliano accedere agli studi universitari. Perché da tempo, dal 1999, per effetto di una norma voluta dall’allora ministro Ortensio Zecchino, è stato imposto un numero di accessi contingentati. Certi limiti, ovviamente, non piacciono a nessuno, ma sono indispensabili per evitare di laureare disoccupati. Così facendo si sono ottenuti risultati apprezzabili, tenendo per un certo tempo il sistema in equilibrio.

Dunque, il problema non sta qui. Sta nel fatto che i laureati, quando devono accedere all’ulteriore fase del loro percorso universitario, alla specializzazione (e lo devono fare quasi tutti), non trovano un numero di borse di studio sufficienti a coprire gli ingressi programmati. Cioè, mentre a monte si decide un certo numero di accessi, a valle il sistema non garantisce a tutti la possibilità di frequentare. Da qui, laureati costretti a perdere anche anni alla ricerca di un posto per completare il proprio ciclo di studi. Da qui, e non da altro, le carenze e i vuoti d’organico che si lamentano. Basterebbe finanziare il settore per quel che serve, secondo programmi stabiliti anni prima. Non è chiedere la luna pretendere il rispetto di decisioni prese.

Ma al danno si aggiunge la beffa. È la famosa «Quota 100» e cioè, la possibilità di aver accesso alla pensione, anticipando l’uscita dal lavoro, nel momento in cui la somma tra l’età del lavoratore e il numero di anni di contributi accreditati è uguale a 100. Un’anticipazione che ha prodotto una vera e propria emorragia negli organici degli ospedali. Già nel 2019 la FIASO, la federazione delle aziende ospedaliere, aveva avvertito che “Quota 100 rischia di far aumentare del 24% i pensionamenti anticipati del personale sanitario” (il Sole 24 Ore, 12 luglio 2019). È andata più o meno così. Da qui, e non da altro, sono nati i paurosi vuoti d’organico ospedalieri e la situazione di estrema difficoltà in cui ci troviamo, da cui sarà parecchio difficile uscirne in tempi brevi.

Ovviamente, la politica può decidere quel che vuole, anche di mandare in pensione i lavoratori all’età di trent’anni. Ma lo deve fare con ponderazione, cercando di comprendere gli effetti che certe decisioni producono. Diversamente è improvvisazione, superficialità, malgoverno e chi più ne ha più ne metta. L’uscita anticipata, forse, andava accompagnata da una programmazione degli accessi alla professione diversa da quella attuale. Mentre così facendo ci siamo messi da soli nella difficoltà di garantire quell’assistenza di cui abbiam potuto godere finora (una delle migliori in assoluto, nonostante le tante falle) e, per colpa del garbuglio che è stato combinato, la nostra sanità potrebbe prendere vie molto diverse da quelle attuali. Purtroppo.

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