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Cultura

MIRACOLO LAGHÉE

MASSIMO LODI - 23/12/2022

Antime Parietti, Chiesa della Salute a Venezia

Antime Parietti, Chiesa della Salute a Venezia

 

Facciamo l’esempio d’una chiesa, nel tempo in cui si è usi frequentare le sacre navate. Vi cade sopra una luce che piove d’assai in alto, e diffonde tutt’attorno un chiarore lunare, e illumina la banchina/le acque fuori del portale, e riveste d’un puntinato baluginìo il profilo di casupole, palazzotti, torricelli che le fan da quinte. L’insieme dà ritmo al respiro di morbida pace, e una teporosa sciarpa carezza il visitatore.

Questa chiesa non è un edificio fisico. È una rappresentazione pittorica. L’inscenò, chissà quanti anni fa, un bizzarro artista del Luinese, poi girovago in mondi numerosi, veri e immaginifici, passando dalle descrizioni realistiche ai tocchi d’impressionismo. Nelle mete del suo curiosare tra i territori e le genti, venne il giorno di Pallanza, Lago Maggiore, visitata e rivisitata a lungo, che oggi dedica una mostra (spazio Big Emotion, largo Tonolli) ad Antime Massimo Parietti, vent’anni dopo il suo adieu terreno. E nella mostra campeggia, fra tante opere, la “Chiesa della Salute di Venezia”. Perché è d’un quadro che vi stiamo raccontando, ma così forte nella presa sullo spettatore da indurre – quando lo si scruta- a trovarsi dentro un àmbito di vita corrente anziché fuori da una cornice che chiama all’osservazione retrò.

Antime, come tutti lo chiamavano a Bosco Valtravaglia e poi aldilà di quel ristretto confine d’agripaese, possedeva la misteriosa dote di saper interiorizzare le sensibilità incontrate, creando il prodigio sentimentale poi espresso dalle sue opere. Dove addirittura il profano e l’incolto -ovvero chi impropriamente scrive- sono allertati da uno zic che li riguarda. Sembrerebbe il filo di sottaciuta umanità oggi così raro da individuare, e comprendere, e spartire. L’azzardo suggerisce che questa, forse solo questa, è l’arte popolare, intesa come declinazione di valori riccamente poveri in quanto universali: l’essere semplici, umili, generosi. Non a caso furono i tratti della personalità di Antime, leggibili nelle rughe di storico giovanilismo, nel sopracciglio inarcato a mo’ d’astuzia, nelle sfumature beffarde dell’amichevole sorriso. E specie nei racconti di vita, che gli aggradava vivificare col colore della fantasia, così da rendere vero anche il verosimile. Una tecnica naturale dei laghée, magistralmente praticata (genius loci) da Piero Chiara, eccelso notista di sé medesimo fingendosi narratore dell’universo altrui.

Sicché, amici cari e della buona ventura, lasciatevi cullare -nel declino mesto d’un anno che ci è stato infausto- fra le onde di acque consolatorie come quelle di cui fu navigatore Antime, ai remi d’una tavolozza in grado d’approdare ovunque. La lezione del nocchiero/pingitore infatti è: credere alla possibile nascita d’un miracolo di relazione fra gl’intelletti, le anime, i cuori. Più che mai a Natale, quando nessuno si sottrae alla visita della sua Chiesa della Salute, della sua Venezia, della sua luce ton sur ton: stessa gradazione, ma diverse intensità. L’importante è non spegnerle, non spegnersi.

Ps

Che sollievo, scoprire che non serve intendersi d’arte quando è l’arte a intendersi di noi

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