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Politica

IMPERFETTA

ROBERTO CECCHI - 10/02/2023

democracyMolti giornali in questi giorni hanno pubblicato, con grande evidenza, un documento che dovrebbe dare la misura del grado di democrazia del nostro Paese, rispetto a quello di altri. Non siamo messi bene. Secondo l’Economist Intelligence Unit Index of Democracy, la ricerca che ogni anno viene pubblicata per dare lo stato di salute democratico di 167 paesi dell’universo mondo, siamo considerati una “democrazia imperfetta” (le categorie, secondo questa ricerca, sarebbero: “Democrazie complete”, “Democrazie imperfette”, “Regimi Ibridi” e “Regimi autoritari”) e ci troviamo solo al 34 posto. Ben lontani dai migliori. Ai primi posti, da anni, ci sono Norvegia, Islanda, Svezia, Nuova Zelanda, Finlandia. Ma siamo dietro anche a Svizzera, Germania, Regno Unito, Austria, Spagna, Francia, Costa Rica. Da sempre, secondo quel giornale, siamo considerati una democrazia non completamente all’altezza della situazione, ma quest’anno abbiam fatto un passo indietro. Addirittura siamo dietro gli Stati Uniti, i quali, quanto a democrazia, nell’anno appena trascorso, non hanno certo brillato.

Per retrocederli e di parecchio in classifica, basterebbe ricordare l’assalto a Capitol Hill, quando mancò davvero poco perché il presidente Biden, appena eletto, fosse defenestrato, con un colpo di mano in stile sudamericano. Ma basterebbe anche la disumana uccisione per strada di George Floyd (e di altri ancora), a Minneapolis in Minnesota, da parte della polizia, per dire del livello di democrazia in quel paese. Oppure la costruzione di quel gigantesco muro che separa Stati Uniti dal Messico, per bloccare i flussi migratori, per dire del livello di libertà. Per non parlare delle sparatorie nelle scuole, che ormai terrorizzano la popolazione più del pericolo russo, obbligando taluni istituti ad avere una vigilanza armata all’interno delle scuole e, addirittura, a proporre che gli insegnanti vadano in classe armati.

Non sappiamo bene come vengano compilate queste graduatorie di democraticità. Approfondendo appena un po’, si scopre che ciascun paese viene valutato sulla base di cinque parametri: 1) processo elettorale e pluralismo; 2) livello di libertà civili di cui gode la popolazione; 3) funzionamento del governo; 4) grado di partecipazione politica e 5) cultura politica della collettività. Il Democracy Index è costruito su una media ponderata di 60 domande, ognuna delle quali ha due o tre risposte possibili (un quiz). «Molte delle risposte sono “valutate da esperti”; il report non indica il tipo di esperti, né il loro numero, né se gli esperti sono impiegati dal The Economist o ad esempio studiosi indipendenti, né la nazionalità degli esperti. Alcune risposte sono fornite dall’esame dell’opinione pubblica emergente da sondaggi nei rispettivi paesi. “Nel caso di paesi per i quali manchi un sondaggio, questo viene ricavato da paesi simili e la valutazione degli esperti viene usata per chiarire i punti oscuri”». È tutto dire.

Dal giornalista Bill Emmot veniamo a sapere le ragioni per cui saremmo incorsi in questo peggioramento in classifica di democraticità: “l’Italia riscuote un punteggio alquanto scarso nel funzionamento del governo, in altre parole il modo con il quale il processo politico e l’amministrazione pubblica, a livello locale e nazionale, traducono le decisioni in azioni”. In particolare, “in relazione all’applicazione del Piano Nazionale di Resilienza e Ripresa (PNRR) – per non parlare di altre forme di spesa pubblica – confermano questo giudizio” (La Stampa, 4.2.23). In sostanza, il giudizio negativo sarebbe legato alla (in)capacità di spesa della pubblica amministrazione. Francamente, non ci voleva il Democracy Index per sapere che il livello di residui passivi, da noi, è straordinariamente alto. Ma lo è da decenni, non da ora. È da tempo immemore che si sta cercando una soluzione per spendere le risorse stanziate nei tempi stabiliti. Dunque, forse, bisognerebbe smetterla di far ‘politichese’, ora anche cercando di utilizzare le statistiche, pensando che il Paese se le beva proprio tutte, senza riflettere. Le tornate elettorali di questi anni dicono il contrario. La gente comprende e giudica. Meglio aver rispetto.

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