Widgetized Section

Go to Admin » Appearance » Widgets » and move Gabfire Widget: Social into that MastheadOverlay zone

Politica

INNOCENTI

ROBERTO CECCHI - 24/02/2023

ucraina24 febbraio: tristissimo anniversario del primo anno della guerra in Ucraina, scatenata dalla Russia di Putin, con violenza cieca e irresponsabile. E giorno dell’annuncio di Pechino (pare) di un discorso del suo presidente cinese Xi Jinping per la pace. Vedremo se sarà in linea con quel che ha anticipato Wang Yi, il suo capo della diplomazia, in visita in Europa, secondo il quale, per arrivare alla pace “Bisogna attenersi ai principi dell’integrità territoriale e delle sovranità [leggi: dell’Ucraina]. Vanno garantite le legittime preoccupazioni sulla sicurezza di tutte le parti [leggi: della Russia]. Ci sono forze che non vogliono il successo del negoziato” (Corsera, 19.2.23). Vedremo che cosa significhi e dove porti una posizione del genere che, già così, sembra più che altro il tentativo di congelare lo status quo, per arrivare ad una sorta di cessate il fuoco, più che a un vero e proprio progetto di pace. Ma se anche fosse così, sarebbe già un successo.

Perché bisogna assolutamente evitare, in qualsiasi modo, che continuino a morire persone innocenti, per le ambizioni sconsiderate di vecchi demagoghi, allucinati dal miraggio di ricostruire imperi mondiali in dissoluzione e più adatti, ormai, a fare la parte dell’umarell in pensione, in giro per cantieri, piuttosto che a guidare dei potenti stati sovrani, armati fino a denti con imponenti arsenali nucleari. Solo dalla parte russa, negli ultimi giorni, si parla di perdite di 800 (ottocento!) soldati al giorno. Ogni giorno che dio manda in terra, ci sono 800 vite spezzate di ragazzi giovanissimi, non si sa bene per cosa, per non parlare del dolore straziante delle famiglie, delle sofferenze della popolazione e, probabilmente, di altrettanto dall’altra parte della barricata (ucraina).

È indubbiamente una situazione complicata perché, da una parte, ci sono gli aggrediti i quali, visto il sostegno internazionale di cui godono, non hanno la minima intenzione di cedere al nemico. Non hanno intenzione di fare compromessi al ribasso. Anzi rilanciano. Vorrebbero riprendersi anche la Crimea persa nel 2014. Con grande orgoglio stanno combattendo una guerra che non avremmo neanche immaginato avrebbe potuto combattersi, viste la sproporzione delle forze in campo. Zelensky si è rivelato una guida straordinaria e coraggiosa per il suo paese. Ha saputo motivare la popolazione facendola diventare una sorta di corpo unico, compatto, dedito a difendere a tutti i costi la sua indipendenza. E ha saputo coalizzare su di sé un consenso internazionale straordinariamente grande e potente. E quindi appare (ed è) più propenso a cercar di vincere la guerra, piuttosto che sedersi ad un tavolo di trattative. Non vede (e non vuol vedere) i rischi di una generalizzazione del conflitto. Non li vede e non se ne cura da sempre, da quando, all’inizio della guerra, pretendeva che la Nato chiudesse lo spazio aereo sull’Ucraina, senza badare al fatto che, così, avrebbe portato tutto l’Occidente in guerra.

Mentre va evitata con ogni cura qualsiasi escalation. Non la vuole nessuno, per la verità. Ma il rischio dell’incidente, in questo momento, è dietro l’angolo, con tutti questi spostamenti di batterie missilistiche e navi da guerra dotate di armamenti nucleari. D’altra parte Putin che, com’è stato detto, rimane la quintessenza del peggior stalinismo, è anche un realista, visto anche il mestiere che ha fatto in passato. Sa quand’è il momento di trattare, conosce le regole del gioco e ha capito che non è il momento di scherzare con gli USA. Probabilmente, l’uscita a gambe levate di Biden (appena eletto) dall’Afganistan (31 agosto 2021), gli deve aver fatto pensare che gli Stati Uniti non sarebbero più intervenuti in altri conflitti internazionali. Non se ne sarebbero occupati, visto anche il precedente della Crimea che, tutto sommato, era filato liscio, senza interferenze. È stato un errore di valutazione esiziale che lo ha portato alle soglie di una cocente sconfitta. Col rischio, probabilmente, di essere defenestrato da qualche resa dei conti interna. Comunque, da prendere con le pinze, perché c’è il rischio di soluzioni interne peggiori del male, se il cambiamento dovesse passare per una congiura di palazzo. Dunque, come ha scritto Edgar Morin, ancora apprezzato sociologo e filosofo, nato a Parigi nel lontanissimo 1921 (!), è meglio che non ci siano “Né vincitori né vinti. È il compromesso necessario per cominciare a negoziare” (La Stampa, 17.2.23).

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

You must be logged in to post a comment Login