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Cultura

IL MOSTRO DI LUDWIG

LIVIO GHIRINGHELLI - 25/05/2023

hammerklavierImmensa nelle proporzioni e nella durata (44 pagine di partitura) la Sonata “Hammerklavier”, abbozzata verso la fine del 1817, composta nel giugno del 1818  a Mödling e rifinita nel 1819, a 49 anni (una annotazione rinvenuta tra gli schizzi della sonata nel riferirsi alla villeggiatura dice: una casetta piccola da non aver bisogno che di un piccolo spazio. Soltanto qualche giorno in questo divino Biehe a ovest di Mödling. Nostalgia o desiderio. Liberazione o compimento) con la pubblicazione è dedicata all’Arciduca Rodolfo, grande amico e protettore del compositore.

Contemporanea alla “Missa solemnis” op 123 coincide col periodo più allucinante della vita di Beethoven per l’estenuante controversia inerente alla tutela del nipote Karl. L’indicazione Hammerklavier si inserisce tra le due distinte in francese e tedesco (insolita nota di prestigio: “Grosse Sonate für das Hammerklavier”, titolo rimasto convenzionale) . Altre etichette collezionate “sonata-gigante, sonata-sinfonia, “sonata–mostro “, per il suo disarmare esecutori e pubblico, incantare, intimorire per la profondità.

In verità l’op.106 non fu capita, né amata, né eseguita per la sua profondità durante l’esistenza di Beethoven.

Con tonalità in si bem. maggiore, l’opera si snoda in quattro movimenti con una fuga nel finale, ma le proporzioni di ciascun movimento sono sconvolte come le interrelazioni. Costituisce un tentativo sfida per uscire dalla situazione di stallo in cui Beethoven si era venuto a trovare. Eppure risulta unitaria e unica nei temi, nei dettagli, nei vari episodi e nella struttura globale. I movimenti sono costruiti attorno a un’idea centrale forte, l’impiego determinato e costante delle terze discendenti tra loro concatenate. Verosimilmente comunque Beethoven lavorò nel caso su materiali disgreganti. La maestria compositiva risulta ineguagliabile per lucidità, profondità, concentrazione, nel tentativo di rimanere ancorato alla struttura tradizionale, pur scompaginandola intimamente.

L’ALLEGRO impetuoso ed eroico, granitico, è dibattuto nelle zone estreme della tastiera. Lo SCHERZO successivo è vertiginoso e soprattutto il Trio, singolarmente conciso, finisce frantumandosi e scomparendo. L’ADAGIO appassionato è vibrante di sentimento, tentato dalla seduzione di una melodia cristallina e innocente e dalla attrattiva del delirio sperimentale. Nell’ultimo movimento risultano un Largo con fare rapsodico, seguito da una ciclopica FUGA a tre voci, composte da sei parti tra loro concatenate.

Tra gli estimatori dopo la morte di Beethoven Clara Schumann, che per prima eseguì l’Hammerklavier in pubblico, Arabelle Goddard e Mortier de Fontaine. Fu amata anche dal grande Liszt. Commento di Wagner: si è come introdotti nella fucina dell’essenza delle cose, si vede tutto muoversi ed eccitarsi come dall’interno del mondo. Quale grido di passione. Qui tutto è idealizzato rispetto allo stesso Shakespeare, pura trasfigurazione. Marx: in questa sonata il Maestro dispiega una potenza intellettuale e materiale senza pari. Tutto è immenso e titanico: uno spirito gigantesco anima forme gigantesche. Carli Ballola: ancor oggi e oggi più di ieri non si può non trovare un senso di stupefatto sgomento di fronte a questo tremendo monumento eretto al proprio genio. Von Bülow sull’ADAGIO: nessuna opera di Beethoven esige una pietà, una sottomissione rassegnata così completa per rendersi padrone della sua dolorosa elevatezza. Ancora Carli Ballola : l’Adagio ci introduce nella nuova dimensione beethoveniana della variazione perpetua. Sulla Fuga: rappresenta oltre che la coerente conclusione di una sonata, nata come momento cruciale di una crisi contrappuntistica inquadrata in una radicale rivoluzione di linguaggio, ciò che di avventuroso e nello stesso tempo di più complesso e rigorosamente determinato Beethoven abbia mai tentato. Alfredo Casella: il grande pianoforte Broadwood dall’op.106 è certo uno strumento assai più obbediente e prossimo al suo pensiero che non l’orchestra del tempo.

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