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Attualità

CARO SAN SIRO

SERGIO REDAELLI - 27/10/2023

sansiroSono trascorsi quasi cinquant’anni e tutto sembra fermo ad allora, immobile, immutabile. L’antico complesso e l’annessa chiesetta di S. Siro che, secondo il Fai, risale al XVI secolo e contiene nell’abside un prezioso ciclo d’affreschi della scuola di Galdino da Varese, sopravvivono in desolata bellezza in cima alla collina della Baraggia di Viggiù: entrambi illuminati, in un pomeriggio d’ottobre, da un pallido raggio di sole che trafigge le nubi e gli alberi intorno. Era il 1975 e un articolo di Dedo Rossi sul “Giornale” di Varese già denunciava l’abbandono dell’edificio religioso con le spiegazioni del sindaco. Da allora è passato un altro mezzo secolo. Inutilmente?

“No, questo non è giusto dirlo – reagisce Daniele Trentini, geometra del Comune di Viggiù che ben conosce la pratica – La vicenda è complessa. Il Comune ha fatto la sua parte acquistando la chiesa nel 1982 quando il tetto era in parte crollato, la pioggia filtrava all’interno e vi erano segnali di cedimento statico dell’arco dell’abside e del campanile. Per sottrarla alla rovina, si allestì una struttura provvisoria in tubi e lamiera zincata che riparava l’edificio dalle infiltrazioni. Nel 1990 partì il consolidamento statico delle fondazioni, delle murature, dell’arco dell’abside e del campanile e fu posato il tetto con l’intelaiatura di legno e la copertura in coppi”.

Così, spiega Trentini, si fermò il degrado della chiesa. “Ma nulla si poté fare – aggiunge – per gli edifici circostanti che non sono del Comune. Appartengono infatti all’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, con sede a Milano, che sembra non avere alcuna intenzione di restaurare i resti dell’ex convento. Da quasi vent’anni l’Istituto tenta di vendere la proprietà, senza esito, forse per il prezzo troppo alto. Intanto negli edifici intorno alla chiesa si sono verificati crolli di coperture e parte di murature e lo scorso anno siamo di nuovo intervenuti su S. Siro e sull’edificio attiguo per evitare nuove infiltrazioni d’acqua piovana”.

Per completare i restauri servirebbe ora un’indagine archeologica all’interno della chiesa (pavimento e murature) e nelle aree esterne per accertare la presenza di tombe o di altri reperti: un percorso indispensabile per sottoporre alla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio possibili soluzioni d’intervento. Perché non la si fa? “Perché la difficoltà di vendere i resti del convento blocca ogni iniziativa”, risponde il geometra. Per ora sono almeno indenni da muffe il Cristo pantocratore affrescato nell’abside con gli evangelisti e otto figure di santi e sante, qualcuna ridipinta, la Vergine con il bambino e la Gerusalemme celeste raffigurata sull’arco trionfale dell’abside. Questa è una buona notizia.

Un’ultima domanda: che fare dell’ex convento dopo l’eventuale vendita? Tempo fa un imprenditore di Induno era disposto ad acquistare il terreno e a ricavarne una villa privata, ma non offrì abbastanza. Altre ipotesi? C’è chi vedrebbe bene un’azienda agricola o agriturismo (in passato la chiesa, sconsacrata, fu adibita a stalla e tutt’intorno c’è tanto terreno agricolo, vigne, meli e spazio per gli animali). Altri ne ricaverebbero minialloggi per anziani e perfino un ristorante per matrimoni, con tanto di chiesetta. In paese si aspetta un operatore economico con nuove idee e mezzi adeguati. Con un misto di fiducia e di rassegnazione.

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