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Fisica/Mente

DOTTORI REMOTI

MARIO CARLETTI - 27/10/2023

telemedicinaLa pandemia è stato un periodo disastroso, non solo dal punto di vista sanitario. Ci ha tra l’altro obbligati a cercare soluzioni pratiche alla gestione della quotidianità, in alcuni settori, probabilmente più di altri. Penso in primo luogo alla scuola, mondo che è stato costretto in tempi piuttosto brevi ad adeguarsi ad una nuova somministrazione della didattica.

Ciò ha portato alla conseguente necessità da parte di tutti gli attori del sistema, primi fra tutti professori ed alunni, di aggiornarsi sulle opportunità tecniche innovative, o perlomeno molto poco usate in tempi normali, ma anche professionalmente a reinventarsi non avendo più di fronte una platea viva ma uno schermo ed una telecamera.

A volerla vedere dal punto di vista positivo, anche la sanità ha dovuto implementare il settore della telemedicina già presente e normato (sia a livello europeo che nazionale) ma che in realtà continua ad essere sotto traccia.

Quali importanti vantaggi possa apportare un buon utilizzo della telemedicina già lo abbiamo accennato qualche tempo fa in un precedente articolo ma la novità oggi è che incominciano a esserci i primi dati raccolti, anche se parziali e riguardanti la medicina privata ed accreditata (non quella pubblica).

Ricordiamo che l’erogazione di servizi sanitari a distanza avrebbe come primo obbiettivo quello di garantire (nella medicina pubblica) una equità di accesso alle pratiche di prevenzione e cura per tutta la popolazione.

A questo proposito il Ministero della Salute tramite l’Istituto Superiore di Sanità, ha creato il Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali che ha lo scopo di essere a supporto delle Regioni per cercare di garantire una uniformità sul territorio nazionale, una equità delle tariffe di riferimento per il rimborso delle prestazioni ma anche una definizione di adeguati metodi di valutazione e validazione dei percorsi.

Fondamentale quindi cercare buone pratiche nazionali o linee guida atte, ad esempio, a chiarire come si possano intercalare prestazioni sanitarie digitali ed in presenza, rispettando l’appropriatezza dei percorsi di diagnosi e cura.

Utile anche un Registro delle esperienze di settore dal quale potrebbero emergere ad esempio indicazioni sulla compatibilità tra le App utilizzate in sanità ed i dispositivi in mano agli utenti/pazienti.

Non più quindi una telemedicina che si limiti alla dematerializzazione delle prescrizioni o dei referti/certificazioni come ormai già in atto, ma che possa andare oltre, offrendo molto di più per categorie di pazienti ben definiti come ad esempio i portatori di malattie rare o i cronici.

I primi dati raccolti dall’Osservatorio Salute Benessere e Resilienza della Fondazione Bruno Visentini della Luiss (insieme a ISS ed al Fondo Integrativo Sanitario Fasdac) hanno messo in luce che la partenza della macchina è molto lenta e gli ostacoli non pochi.

Questa prima raccolta dati ha coinvolto circa 300 strutture sanitarie private e convenzionate, un bacino quindi settoriale ed ancora relativamente piccolo ma sicuramente utile per avere le prime risposte.

Primo dato molto chiaro è che il 58% delle strutture non fa Telemedicina, ma soprattutto non è interessata a farla.

Solo il 13% dichiara di farla e volerla implementare. Gli ostacoli segnalati allo sviluppo sono la complessità organizzativa (24%), la scarsa propensione alla collaborazione del personale sanitario (15%) ed i costi (9%).

Questo dei costi diventa percentualmente il primo dato negativo per strutture con oltre 50 mila prestazioni, al quale si aggiunge anche la complessità delle applicazioni normative.

Interessanti anche i dati della fiducia nei confronti della Telemedicina alta o medio alta (40%), tra Direzioni Sanitarie ed Amministrative, molto più bassa (27%) tra medici ed operatori sanitari.

I pazienti oltre ad avere mediamente una scarsa fiducia (27%), manifestano anche una evidente scarsa familiarità tecnologica (23%).

Tirando le somme direi che c’è ancora parecchio da fare….

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