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Sport

DINO VARESINO

FLAVIO VANETTI - 10/11/2023

dinoUn mese dopo l’anteprima svoltasi a Milano e a distanza di un paio di settimane dalla prima messa in onda sulla Rai, arriva a Varese il docu-film “Dino Meneghin, storia di una leggenda”. La proiezione avrà luogo al Multisala Impero lunedì 13 novembre alle 20.30, con la presenza – salvo impegni dell’ultimo momento – di SuperDino.

L’organizzazione è curata da il trust dei tifosi “Il Basket Siamo Noi”: chi fosse interessato a intervenire può prenotare sul sito online del cinema. Il documentario – come ho già avuto modo di ricordare qui – è firmato da Samuele Rossi ed è prodotto da Solaria Film Echivisivi in collaborazione con Rai Documentaries.

Appassionato di basket e a sua volta incantato dal mito di Dino, il regista toscano ha saputo scegliere una trama accattivante, riuscendo a fare una sintesi perfetta (il film dura 52 minuti) dal tanto materiale acquisito. Nel 2011 ho avuto modo e la fortuna di scrivere, a quattro mani con Meneghin, la sua autobiografia (“Passi da Gigante”, edito da Rizzoli; si trova ancora nelle librerie on line e su Amazon) e questa esperienza mi ha consentito di conoscere meglio e a fondo questo grande campione.

Ma il film, se mai possibile, mi ha presentato nuove vicende inedite. Lo sapevate, ad esempio, che la carriera di Dino era probabilmente scritta nei geni familiari, avendo un bisnonno che a metà dell’800 era alto come lui (e a quei tempi era come essere, a occhio, 2.20 oggi)? Ecco, io non ne ero al corrente. E forse anche molti dei suoi ex compagni alla Ignis ignoravano che aveva avuto un avo “watusso”. Il percorso narrativo scelto da Rossi ha contemplato delle scelte: ad esempio, c’è solo un fugace accenno alla parte triestina della sua carriera, usato più che altro per ricordare che dopo la parentesi alla Stefanel di Boscia Tanjevic sarebbe tornato a Milano per chiudere la carriera, a 44 anni di età (più longevo di Kareem Abdul Jabbar).

La trama ha così una sorta di traguardo ideale: l’annata 1986-87, quella della tripletta scudetto-Coppa Italia-Coppa dei Campioni. Soprattutto Coppa dei Campioni, perché nel trionfo di Losanna, contro il Maccabi Tel Aviv, Dino vide il riscatto della delusione del 1983 a Grenoble, «quando perdemmo la finale tutta italiana contro Cantù e io giocai la peggior partita della mia vita».

Prima di quell’apogeo c’è la storia precedente. Procede dalla fanciullezza ad Alano di Piave, prosegue con la decisione del padre di trasferire la famiglia per ragioni di lavoro, segna una svolta con l’arrivo (nel 1958) in una Varese già pronta a diventare una Basket City e si inerpica lungo un sentiero sportivo (casuale la scoperta del basket, dovuta al professor Nico Messina) diventato sempre più glorioso, ma nel quale non manca la componente umana. Tra gli altri parlano il fratello Renzo, la moglie Caterina e il figlio Andrea, che non ha avuto remore nel raccontare come il rapporto con quel papà dal quale si sentiva sostanzialmente abbandonato sia cambiato in meglio nel corso degli anni fino a trasformarsi in un legame oggi solido e rodato.

La proiezione varesina del docu-film a mio avviso deve avere un senso preciso per la città e per i tifosi: quello della riappropriazione di un “eroe” che è prima di tutto nostro. È indiscutibile che Dino a Milano abbia vissuto, dopo qualche iniziale difficoltà, una seconda giovinezza. Ed è un dato di fatto che l’Olimpia abbia deciso di ritirare la sua maglia numero 11 (cosa non fatta dal nostro club, che per la verità dovrebbe togliere dalla disponibilità altri numeri dei giocatori della Grande Ignis). Ma questa “usurpazione” meneghina di… Meneghin proprio è inaccettabile: tanti pensano a lui come al campione-faro di Milano (a fianco di D’Antoni), ma sarà bene ricordare, e rivendicare, che Dino è stato e rimane prima di tutto un Monumento di Varese e del suo basket.

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