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Chiesa

TORTI E RAGIONI

SERGIO REDAELLI - 22/12/2023

Un momento del processo al cardinale Becciu

Un momento del processo al cardinale Becciu

È un Natale amaro per il cardinale Angelo Becciu, 75 anni, sconvolto dalla sentenza che lo condanna in primo grado a cinque anni e sei mesi per peculato e truffa aggravata, più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e pesanti sanzioni economiche. La sentenza pronunciata dal Tribunale della Città del Vaticano presieduto dall’ex procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone conferma tuttavia, salvo esito diverso del ricorso in appello già annunciato dalla difesa, che aveva ragione Francesco e torto chi lo contestava. La condanna del porporato e di altri nove imputati coinvolti a vario titolo dice che il papa non avallò il processo senza prove punendo preventivamente il presule su cui gravava il sospetto di aver sperperato i soldi della tesoreria. Riconosce al contrario che fu tradita la sua fiducia.

Dice che le clamorose “dimissioni” dell’allora n.2 della Segreteria di Stato, richieste da Bergoglio nel 2020 con la perdita dei diritti e delle prerogative annesse allo zuccotto rosso, non furono un provvedimento arbitrario ed eccessivo, figlio di un atteggiamento preconcetto. E che non sono giustificate le critiche indirizzate al papa da qualche celebre editorialista. La sentenza conferma semmai che non ci sono imputati intoccabili e che la riforma della giustizia vaticana promossa da papa Francesco, per quanto impopolare, è ormai decisamente avviata. Anche se tra gli imputati del “processo del secolo” (per la prima volta un cardinale condannato in Vaticano da giudici laici) c’è chi medita di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo reclamando un giudizio non influenzato dal papa.

La causa giudiziaria è stata scandita da tre anni di feroci polemiche, di litigi tra giornali a colpi di scoop, di clamorose rivelazioni e scambi di reciproche accuse. “Il papa è vittima di una colossale svista”, “il cardinale è stato preso a calci nel sedere e accusato di reati infami”, “Becciu degradato e cacciato come un ladro incallito”, scrisse un giornale nei giorni del dimissionamento. Altri sottolinearono l’eccezionalità del “licenziamento” avvenuto prima del processo e invocarono il principio della presunzione d’innocenza fino al terzo grado di giudizio, un criterio di civiltà condiviso dalla giustizia vaticana. I suoi legali protestano tuttora che “il porporato è vittima di trame oscure”.

Sarà certo un Natale penoso per l’ex potente sostituto della Segreteria di Stato ed ex prefetto per le Cause dei Santi, già pupillo di Bergoglio che gli concesse la porpora nel 2018. Il cardinale Becciu continua a dirsi innocente e avrà modo di difendersi in appello per far emergere la sua verità. Ma il fatto nuovo è che ora in Vaticano sono tutti uguali davanti alla legge, berrette viola e porpore comprese, nessuno escluso. Con papa Francesco chi commette un reato paga, anche se è un principe della Chiesa. Con lui è finita l’epoca della Segreteria di Stato affollata di faccendieri dell’alta finanza, di broker dal curriculum discutibile, di uomini d’affari ansiosi di attingere alle risorse della Chiesa con l’aiuto compiacente del personale delle segrete stanze. Con Bergoglio è iniziato un percorso passato nel 2015 dall’accordo con gli Usa su fisco e antiriciclaggio, proseguito con il varo del nuovo statuto dello Ior, la banca vaticana, attraverso i revisori esterni, il board laico di governo e le restrizioni amministrative.

Con il motu proprio del 30 aprile 2021 anche i vescovi e i cardinali accusati di reati penali comuni devono essere processati come tutti gli altri dal tribunale ordinario composto di giudici laici. Una rivoluzione copernicana. E con il rescriptum di settembre 2022 il papa ha reso operativo il passaggio di liquidità e attività finanziarie dalle istituzioni curiali all’apposito conto dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) aperto presso lo Ior risanato che gestisce i beni della Santa Sede e delle istituzioni collegate. In questo modo sono rientrati nei forzieri del torrione di Niccolò V i titoli dei capitali sparsi per il mondo, in Italia, in Svizzera e nei “paradisi fiscali”. Oltre ai dicasteri vaticani, la norma riguarda l’ospedale Bambino Gesù, la Casa Sollievo della Sofferenza di padre Pio da Pietrelcina e il Fatebenefratelli.

Le nuove parole d’ordine sono severità e rigore nell’applicazione del codice degli appalti, tracciabilità, trasparenza e scrupoloso controllo delle operazioni finanziarie. Sono passati i tempi in cui ogni ente poteva stabilire in autonomia a chi affidare i propri lavori e consulenze. Niente più favori a parenti e conoscenti. Quando un dicastero sostiene una spesa la comunica all’Apsa che provvede a saldare il debito. Sono accettati soltanto gli investimenti etici, meglio se legati all’ecologia. Il grande cambiamento rispetto al passato è che oggi è il Vaticano a denunciare i presunti illeciti interni. È cambiata la mentalità.

Non è un caso che proprio dallo Ior sia partita la segnalazione di un’anomalia nello strapagato acquisto dell’immobile in Sloane Avenue a Londra che ha inguaiato Becciu e gli altri imputati. Al centro la sospetta richiesta di fondi per 150 milioni allo Ior per rinegoziare un mutuo, richiesta passata attraverso l’azione di controllo a cui la banca è tenuta con i nuovi standard. A chi ha la memoria corta, il nuovo corso della giustizia di Francesco obbliga a ripensare a che cos’era un tempo la finanza vaticana, l’Istituto per le opere di religione coinvolto negli affari illeciti di Michele Sindona, impantanato nelle vicende che portarono al crac del Banco Ambrosiano e alla misteriosa morte di Roberto Calvi, trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra.

Costringe chi critica l’azione del papa a non dimenticare i sospetti che fiorirono all’epoca della presidenza Marcinkus il cui motto era “mettiamo i soldi dove rendono di più, non si può dirigere la Chiesa con le Avemaria”, le accuse di riciclare il denaro della mafia, i quattrini del Bambino Gesù utilizzati per ristrutturare l’attico di un alto prelato, le “fughe” di documenti riservati della Santa Sede e gli scandali Vatileaks che avvelenarono gli ultimi giorni del pontificato di Benedetto XVI.

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