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Parole

LONTANA, VICINA

MARGHERITA GIROMINI - 01/02/2024

radioDa bambina la radio è stata una compagnia alternativa ai giochi e alle letture. Erano gli anni in cui i primi televisori entravano nelle case italiane dei più benestanti (non nella mia), ma io ero attratta unicamente dall’apparecchio radiofonico di famiglia, ingombrante e magico, che mi faceva immaginare luoghi e persone raccontati dalle voci dei conduttori, sempre gradevoli, calde, affabulanti.

L’appuntamento settimanale per noi bambini cadeva il giovedì pomeriggio. Del contenuto ricordo poco, mentre ricordo bene l’ansia con cui attendevo l‘ora della trasmissione: di tanto in tanto anch’io scrivevo ai conduttori del programma e aspettavo di essere citata tra i bambini che avevano inviato pensieri sui temi trattati.

Il giorno in cui sentii leggere il mio nome, purtroppo svanito in pochi secondi, fu un momento di vera gioia. Grazie alla radio ero anche diventata amica di penna di Marta di Trento e di Gelsomina di San Benedetto Po, bambine con cui continuai un lungo scambio epistolare prima che l’arrivo dell’adolescenza interrompesse questo interesse.

Però nel tempo la mia passione per la radio non è mai venuta meno: ha attraversato gli anni della vita e si è rinforzata oggi nella fase del pensionamento. Considero la radio un mezzo di comunicazione speciale, che sopravanza di gran lunga i tanti mezzi di oggi. La radio offre un ascolto attivo: ci fa entrare nel mondo esterno pur garantendoci protezione nel rapporto diretto con l’interlocutore radiofonico.

Chi è fedele alla radio finisce con il riconoscerne le voci, il timbro, l’intonazione, il linguaggio, le parole d’ordine, i giorni e le ore della settimana delle trasmissioni preferite. La voce che esce dall’apparecchio viene sì da lontano ma sta vicino a noi che siamo in ascolto, ci trasmette informazioni, idee, insegnamenti con ritmi e modi che rispettano la nostra individualità.

Nell’attuale società dei media, dove si usa soprattutto lo sguardo, la radio stimola l’ascolto selettivo senza imporci di rimanere fissi in un luogo preciso. Chi ascolta fa lavorare la mente: immagina, collega, costruisce e decostruisce situazioni sul filo dei racconti che ognuno decodifica autonomamente.

Presentatori, esperti, donne e uomini che animano i programmi radiofonici che scegliamo diventano personaggi conosciuti e riconosciuti come le voci familiari che ci circondano. Quando sento il bisogno di vedere il volto di chi possiede la tal voce cerco in rete trovo le fotografie dell’uno o dell’altro speaker. Talvolta resto delusa dal risultato: ero certa che quella voce dovesse appartenere a una persona diversa da quella che vedo e che non le corrisponde.

Ma altre volte la ricerca mi sorprende: quando voce e volto si sovrappongono di fronte a me si materializza la persona che avevo pensata. C’è un elogio autorevole della funzione della radio nella società: viene dallo scrittore, artista, conduttore radiofonico Orson Welles che ne aveva esaltato il valore, spiegando che quanto di speciale avviene durante l’ascolto è dovuto alla “cecità della radio”, lo strumento che aveva amato e contribuito a far crescere vertiginosamente negli USA di metà Novecento.

La radio per me costituisce una nicchia preziosa nell’era delle pur utili tecnologie, un angolo individuale che ci garantisce la possibilità di spaziare con il pensiero stando in qualunque luogo si scelga di ascoltarla.

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