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Cultura

MURI

RENATA BALLERIO - 08/03/2024

basagliaAprire l’istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa di fronte a “questo” malato. La frase fu pronunciata da Franco Basaglia nel 1979 per una lezione agli infermieri.

Anche oggi – e forse ancora di più – è quanto mai necessario ricordare quelle parole. Abbiamo bisogno di aprire la mente, e non solo di fronte al malato di mente. Non è un bisticcio di parole. È davvero importante ricordare l’11 marzo il centenario della nascita, a San Polo, di Basaglia, psichiatra e neurologo coraggiosamente innovatore. Il suo nome è indissolubilmente legato alla Legge che dal 1978 rivoluzionò il sistema di cura di quell’universo che si può definire disagio mentale.

Sappiamo che in quasi cinquant’anni molte cose sono cambiate. E non sempre in meglio. Certo non ci sono più “I muri” del primo e dopo Basaglia, come ricordava Giulia Lazzarini in un’intensa interpretazione anche ai Giardini Estensi di Varese. Ma a ottobre del 2023 un articolo de Il Sole 24 ore aveva un titolo per nulla rassicurante: “Salute mentale: Italia tra gli ultimi in Europa, zero investimenti e quasi mille psichiatri in meno in due anni.” Un servizio non solo sanitario ma anche sociale che rischia di saltare, nonostante l’incremento, accelerato dal Covid, di acute depressioni e di variegate forme di disagio mentale. Basaglia avrebbe ridetto che occorre davvero una grande apertura mentale. Senza enfasi dobbiamo ammettere che in tante forme, talvolta subdole, è in atto una sorta di culturicidio. La minor attenzione, o il modo di vivere certi problemi, ne è la prima vittima.

Forse è il caso di ricordare che le battaglie di psichiatria democratica di Basaglia erano alimentate da una grande cultura filosofica, un ramo che per la precisione prese il nome di psichiatria fenomenologica. Anche se non è facile da definire o da sintetizzare basterebbe tener presente che essa ha “come oggetto non il cervello ma un soggetto, una persona analizzata e descritta nelle sue emozioni, nei suoi pensieri, nelle sue immaginazioni”.

Insomma un’attenzione all’unicità della persona. Riflessione lunga e impegnativa. Ricordare l’impegno civile di Basaglia aiuta anche a questo. Gli esempi non mancherebbero ma a ridosso dell’8 marzo – non festa della donna ma giornata internazionale dei diritti della donna – è opportuno pensare ad una pagina dolorosa e a volte dimenticata dei diritti calpestati della donna. Ci fu un tempo in cui bastava poco perché una donna considerata fuori dagli schemi venisse rinchiusa in manicomio.

Forse vale la pena ricordare come l’istituzione psichiatrica fascista divenne una forma che “annullava i diritti individuali in nome dell’ordine pubblico. Le statistiche testimoniano che tra il 1927 e il 1941 i pazienti passarono da circa 60 mila a quasi 95 mila, e molte erano donne”. Internate anche dopo il fascismo perché non si adeguavano alla morale del tempo, vittime di traumi o di abusi. E per molto meno: loquaci, euforiche, impertinenti. Le loro storie sono conservate appunto in un ex ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, a Roma, ora chiamato laboratorio della mente. Non si possono oscurare questi drammi, limitandoci, a volte a etichettarli romanticamente in quel misterioso rapporto tra genio e pazzia, come per Alda Merini.

Rendere omaggio e ricordare i cento anni di Basaglia forse ci porta troppo lontano ma ci fa riflettere come la memoria – anche di un anniversario – sia occasione per risvegliare la coscienza. Senza oscurare nulla né uomini né donne. Sono scomparsi gli ospedali psichiatrici, ma non sono scomparsi tanti pregiudizi e drammi.

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