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Editoriale

PREGIUDIZI E SOLUZIONI

CAMILLO MASSIMO FIORI - 22/06/2012

Nella seconda metà del Novecento il “centro-sinistra” aveva delle idee precise su cosa fare; la destra no.

Prima e durante il Fascismo la gente dava per scontato che gli imprenditori, gli uomini di comando, fossero meglio adatti a governare il Paese; non c’era quindi il bisogno di avere dei programmi per fare politica, bastava la volontà espressa da pochi “illuminati”.

Fu la grande crisi del ’29, protrattasi fin dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale, a mandare in frantumi tale convinzione; la democrazia con le sue elaborate procedure, i riti più lenti, gli inevitabili compromessi, era una via più faticosa ma più sicura per preservare la volontà del popolo.

La destra risultò screditata dall’appoggio offerto alla dittatura che aveva sì prodotto una significativa modernizzazione ma, con la sua visione nazionalista, aveva portato l’Italia allo scontro con altre nazioni, alla guerra, alla sconfitta e alla distruzione materiale del Paese.

Nel dopoguerra la destra, anche quella economica, era completamente priva di una ideologia o, quanto meno, di un sistema di idee per governare. Ritornata al potere negli anni Ottanta con la rielaborazione del vecchio sistema del “laissez faire, laissez passer, le monde va da lui meme”, la nuova destra neoliberista non ha saputo evitare una nuova grave crisi economica globale e reagisce con gli stessi strumenti che hanno contribuito a crearla. È paradossale che a beneficiare delle conseguenze negative della crisi sia la destra che l’ha provocata e non invece la sinistra.

Di fatto sia i governi di centro-destra che quelli di centro-sinistra non sono riusciti a riconoscere i fattori che hanno originato la crisi economica e sono in difficoltà a contenerla. Anzitutto non è stata tenuta separata la logica perseguita dal capitalismo che non può essere che diversa rispetto a quella dello Stato: il capitalismo persegue l’interesse di una parte, il potere pubblico quello di tutti. Non a caso nell’America pre-crisi i governi facevano coincidere l’interesse degli USA con quelli della “General Motor” che era allora la più grande impresa, ponendo così le premesse del “crollo di Wall Street” che sarà sanato solo dopo l’introduzione delle politiche del “New Deal”.

Si è cosi verificata una inarrestabile diffusione dei conflitti di interesse tra la sfera pubblica e quella privata che ha prodotto enormi ingiustizie tra quei pezzi di società che hanno il potere di ribaltare le leggi a proprio favore trasformando il potere economico in un capitalismo predativo. Potere privato e istituzioni pubbliche non sono più separate e la conseguenza è stata la degenerazione dei rapporti tra i soggetti delle due sfere in una tendenza generalizzata a sostituire i contratti con lo scambio di favori, cioè con una corruzione che non ha eguali nelle grandi democrazie occidentali.

Il governo se continua ad essere l’erogatore di finanziamenti pubblici sarà inevitabilmente sottoposto a forti pressioni da parte degli interessi organizzati e della stessa opinione pubblica, spesso etero diretta dai “media”. Così il governo diventa agente del capitalismo invece di essere, come nelle democrazie virtuose, un arbitro indipendente.

In Italia c’è un livello molto elevato di spesa pubblica a cui corrisponde però una amministrazione debole e inadeguata; il sistema di sicurezza sociale è assai carente, la dotazione di strutture di pubblica utilità insufficiente, la tutela dell’ordine pubblico e il presidio del territorio sono gravemente deficitari per affrontare il crescente problema delle mafie e della criminalità organizzata

Occorre trovare nuove soluzioni superando vecchi pregiudizi a favore o contro l’intervento dello Stato: liberalizzare significa aprire alla concorrenza e non necessariamente privatizzare i beni pubblici.

Quando l’ambiente è devastato, l’acqua è inquinata da sostanze chimiche e sottoterra scorre un fiume di veleni diventa irrilevante che la proprietà dei terreni sia pubblica o privata.

Per evitare disfunzioni, sprechi, il condizionamento degli interessi, molti Stati moderni fanno spesso ricorso ad Autorità indipendenti che, almeno in teoria dovrebbero assicurare maggiore imparzialità.

L’organizzazione di un Paese è una realtà molto complessa e l’interconnessione con l’economia globale richiede un grande senso di responsabilità sia da parte dei governanti che dei cittadini.

Nella attuale società si compete l’uno contro l’altro, ma anche ci si salva e si progredisce se ci si muove insieme verso una meta condivisa.

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