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Attualità

QUANDO PERDERE È QUASI COME VINCERE

MASSIMO LODI - 02/07/2012

Si può perdere con onore. Riprovare il gusto della sconfitta a testa alta. Ammettere la superiorità degli avversari senza irridere alla propria pochezza. Si può essere sportivi, dignitosi, sobri. Capire che questo è il calcio, e questa è la vita. Che siamo artefici del nostro destino, ma fino a un certo punto. Poi ci sono gli artefici di altri destini, e talvolta fino a punti inarrivabili da destini alternativi e concorrenti. Bisogna riconoscerne l’esistenza, rispettarli, se possibile imitarli la prossima volta.

Questo poco c’insegna la conclusione dell’avventura italiana agli Europei di calcio. Poco, perché dire che è molto significherebbe scadere nella retorica. Poco invece dà l’idea dell’essenziale. Perdendo come se avessimo vinto, ci siamo riaccostati all’essenziale: alla semplicità di quanto va fatto per conseguire un obiettivo. Produrre impegno, studio, costanza, sacrificio. Dare una cornice al quadro del talento. Un quadro che senza cornice non rimane appeso su alcun muro della cronaca. Della storia.

La nazionale partita tra il discredito generale per l’avventura in Ucraina e Polonia, vi ritorna nel rispetto di tutti. Nonostante lo 0-4 della finale. Non suona come una figuraccia, un’umiliazione, un’indecorosità. Suona come una resa ai migliori, favorita da circostanze negative prodotte dal destino. Gl’infortuni per esempio. Ma anche se il destino non ci avesse messo del suo, noi non avremmo saputo metterci un granché in più del nostro. Prima della finale avevamo dato uno zic oltre al massimo, nella finale qualche zic meno del minimo.

Però l’evento ci è servito. Ha riaccostato gl’italiani all’Italia, saldato le istituzioni ai cittadini, ridisegnato il profilo dello sport. Che non è qualcosa di collaterale al profilo del Paese. Ne è il ricalco. La copia. L’espressione fedele. Lo sport metaforizza molto della vita extrasportiva, e stavolta ha metaforizzato il meglio che la vita extrasportiva sa esprimere e talvolta si rifiuta di fare. Insomma, lo sport (nell’occasione, il calcio) ha cavato un sorprendente meglio da un deprimente peggio. E’ tanto, visti i tempi, gli umori, le paure, i pessimismi.

Se la terra pirandelliana titubante circa la propria identità (uno, nessuno, centomila: chi siamo davvero, e che ci stiamo a fare da queste parti) diventa la terra prandelliana dell’uno per tutti, la trasformazione –sia pure momentanea e ispirata dal pedatare- qualcosa vorrà dire. A qualcosa servirà. Qualcosa ci lascerà in consegna.

L’idea d’un collettivismo non solo pallonaro ed emozionale ci ha intrigato fortemente nelle ultime due settimane, e magari un cicinino continuerà a intrigarci nel post d’una avventura così insolita ed entusiasmante. Osiamo aggiungere che il rovescio finale, rammentando l’esistenza del limite, ci conserva l’immagine d’una la schiena dritta: c’era il pericolo che l’immagine si modificasse, piegandosi la schiena al vento della gloria improvvisa e costringendoci a cadere giù per terra. Questo pericolo è stato sventato, e ne siamo contenti. Il vero successo è aver vinto la partita con in palio il senso della misura.

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