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Universitas

PRENDERSI CURA DELL’ALTRO

SERGIO BALBI - 20/07/2012

Il 16 giugno scorso, sul sito del Corriere della Sera, è stata pubblicata la notizia di una sentenza della Court of Protection inglese, organo a giurisdizione speciale competente in problemi legali che coinvolgano persone incapaci o interdette, secondo la quale è stata autorizzata la nutrizione forzata di una donna di 32 anni che, affetta da una grave forma di anoressia, aveva manifestato il desiderio di digiunare fino a morire. Propongo all’attenzione alcuni passi della sentenza, perché possono offrire molti spunti di riflessione: motivando la decisione il giudice Peter Jackson ha dichiarato infatti: “Un giorno questa donna potrebbe scoprire di essere una persona speciale, la cui vita vale la pena di essere vissuta” e, più oltre, “Veniamo al mondo una volta sola ed una volta sola moriamo, e quella tra la vita e la morte è la più grande differenza che conosciamo”. Potrebbe essere sufficiente far sedimentare nelle nostre coscienze questi brevi cenni e avremmo sicuramente molte reazioni, punti di vista e forse aggiungeremmo altre voci alla schiera che alimenta il dibattito inglese su questa controversa sentenza.

A margine di questo però voglio proporre alla lettura alcuni elementi soggettivi, suscitati da questa occasione e qualche riferimento bibliografico con lo scopo di supportare quanto sto per dire. Viviamo in una strana epoca in cui la malattia e la morte rappresentano un tabù da non evocare neanche nominandole in una conversazione, lontano dagli sguardi dei più piccoli, un’epoca in cui si muore in ospedale, da soli, e non più nel proprio letto circondati dalla cura dei propri familiari, un quadro a cui era avvezza invece la pietà domestica di un tempo. Malattia e morte non più come parte del nostro vivere ma come fallimento personale (dei propri progetti, della propria idea di sé) o delle terapie (1); d’altro canto, con un procedimento apparentemente opposto ma che porta ugualmente ad allontanare quelle dalla biografia personale di ognuno, siamo saturati ogni giorno da notizie e immagini di sofferenza e morte: la sostituzione della realtà con la sua rappresentazione (2), o la sua cruda e ostinata ostentazione fino a generare abitudine e disincanto, fanno scomparire dalla nostra vita eventi che non sono più affrontati quindi come parte della vicenda personale, o come compimento di questa (3), nel senso proprio di portare a termine, colmare, ma sono vissute come accidenti, come eventi imprevedibili ed estranei ad una storia che vorremmo felice e stabile, senza alcun mutamento nel tempo, il nemico principale delle identità personali. Il problema si complica quando si accantona la speranza, non vista però come attesa illusoria di una soluzione provvidenziale ad un problema contingente, ma come percezione di un senso, una direzione del nostro vivere (4), e tutto questo ci distanzia dalla fiducia che solo una storia vissuta in pienezza personale può dare, senza deleghe.

Il dibattito bioetico si infittisce, come a riempire un vuoto che ha la sua massima espansione nella coscienza individuale e non raramente resta sospeso, senza soluzione convincente per il singolo, alla ricerca di una risposta. Non nego di certo la necessità di un organo normativo in materia, né entrerò nel ginepraio delle questioni sull’autodeterminazione e la sua libertà. Il problema a mio avviso è però molto più semplice, nella sua definizione, ma al tempo stesso più profondo e quindi più complesso nella sua soluzione: solamente assumendo la totalità dell’esperienza umana, della sua realtà con le sue conseguenze, possiamo essere in grado di prenderci cura dell’altro alleviandone la solitudine, spesso il motore principale che nella malattia motiva il desiderio di morte, e, quando veniamo chiamati in prima persona a queste prove, l’impatto esperienziale non ci farà soffrire meno ma sicuramente vivere un po’ meglio. Non già quindi il crogiolarsi dei romantici nella contemplazione del dolore o della morte, ma quel pizzico di coraggio e di realismo in più per completare lo sguardo a tutto tondo sulla nostra fragilità, comunque di persone speciali, come ci ha ricordato il giudice Jackson.

1)     P. Aries: Storia della morte in occidente (BUR, 2012)
2)     J. Baudrillard: Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà? (Cortina, 1996)
3)     C. Zuccaro: Il morire umano. Un invito alla teologia morale (Querininana, 2002)
4)     P. Landsberg: L’esperienza della morte (Il Margine, 2011)
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