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Apologie Paradossali

GIUDICI SPORTIVI E … NO

COSTANTE PORTATADINO - 07/09/2012

Di Pietro in veste di giudice

Lacrimoni delle ragazze azzurre private dalla medaglia olimpica. Accuse non tanto velate di tecnici e di radiocronisti agli autori di giudizi sulle prestazioni di muscolosi ginnasti e addirittura di pugili.

Accuse penso giustificate, benché non capisca di ginnastica e di tuffi, tanto meno di pugni. Registro un pensiero sublime sfuggito ad un tecnico: “Come sarebbe bello se non ci fossero di mezzo i giudici, sempre parziali, ma solo misure oggettive!”

Mi permetto di dissentire e di proporre una modesta apologia di ogni tipo di giudice “sempre parziale”.

Per cominciare, ci sono altri modi di taroccare la prestazione dell’atleta e addirittura la misura: anni fa l’abbiamo fatto anche noi, ai mondiali di atletica di Roma. Per continuare, esplicito il mio favore per il mantenimento nello sport e in particolare nelle Olimpiadi di un fattore di merito puramente estetico, non misurabile oggettivamente, ma traducibile in numeri solo attraverso la valutazione soggettiva di un valutatore, che non sarebbe nemmeno un “giudice”. Ma continuiamo a chiamarlo “giudice”, mi serve per introdurre una considerazione più generale.

Il giudice è sempre “parziale”! Non può non essere parziale; per non essere parziale, dovrebbe essere “perfetto”, non sarebbe uomo.

È inevitabile che il soggetto giudicante non sia una mera funzione applicativa, “la bocca della legge”; è inevitabile che ogni giudice sia “politico”, che sia influenzato, al di là della sua coscienza e volontà, dal contesto culturale e civile in cui vive.

Questa è la giustizia umana, cari amici, se non volete tornare a prima di Hammurabi, alla vendetta privata.

Giudici non sportivi.

Un pochino più serio il caso dell’ILVA a Taranto. A lamentarsi dell’applicazione della legge, questa volta troppo “oggettiva”, è nientemeno che il governo, sostenuto da gran parte del sindacato. La città è divisa, gli ambientalisti esultano per la rinascita dell’ambientalismo giudiziario degli ex-pretori d’assalto.

Consapevole che sentenze come quelle di Taranto rispondono al brocardo: fiat ius et pereat mundus, ovvero fanno un deserto e lo chiamano giustizia, consentitemi una debole e, come sempre, paradossale apologia dei giudici.

Non possono che comportarsi così.

La legge forse non glielo impone, ma glielo consente. Glielo consente il ritiro della politica dalle decisioni fondamentali, datato ormai da vent’anni. Legge e debolezza della politica fanno sì che l’ordine giudiziario travalichi il proprio compito di sanzionatore e di correttore dei comportamenti concreti, grazie all’uso estensivo dell’interpretazione delle leggi e della Costituzione e ad un’enorme dilatazione della funzione inquirente nei confronti dei responsabili politici, corroborata da sapienti anticipazioni ai mezzi d’informazione.

Non dico che facciano bene, qualche volta fanno pure disastri umani, guardiamo dentro le carceri, ma come è possibile pretendere che rinuncino ad una preminenza così allettante e così, ormai, consolidata?

È un fatto incontestabile e ormai scontato che il potere giudiziario si ponga come potere supremo, arbitro ultimo rispetto al potere esecutivo e quello legislativo, quest’ultimo sempre più debole e ridotto ad un’ombra, pedissequa e caricaturale dell’esecutivo,

A molti, mica solo a Di Pietro Antonio, antesignano e massimo beneficiario, emblema vivente di ciò che ho appena descritto, in quanto assommante nello stesso corpo fisico la natura di politico e di giudice-giustiziere, può essere sembrata sbagliata persino la difesa di Napolitano delle prerogative del Presidente della Repubblica nel caso ancora più serio del conflitto istituzionale con gli inquirenti di Palermo.

Tanto siamo immersi in una atmosfera di depressa sfiducia nei confronti della politica, che un ristabilimento del giusto confine tra il potere giudiziario e quello politico mi sembra difficilissimo…

Rimedi?

Non ne vedo nessuno, ahimè.

Quelli troppo blandi, come qualche discorsetto di Napolitano al CSM, qualche leggina sulla separazione delle carriere dei giudici o sulle intercettazioni e relativa diffusione pubblica, non risolverebbero il problema. Rimedi molto forti, come riforme costituzionali (votate da questo parlamento? mah!) o addirittura l’elezione di una Assemblea Costituente li vedo impossibili o dirompenti.

Monti sta di fatto temporeggiando aspettando che si esauriscano da sole, prima la marea speculativa, poi quella giustizialista, contrastandole entrambe con provvedimenti parziali ed anche ambigui, come ambigua è la maggioranza che lo sostiene in parlamento. Potrebbe anche essere una strategia giusta, forse l’unica applicabile nell’attuale contesto politico italiano. Il guaio è che incombe la scadenza elettorale e questo potrebbe rafforzare, piuttosto che indebolire, la tentazione di usare strumenti giudiziari a fini politici.

Non mi resta che una speranza paradossale, che la politica, arrivata al suo punto di massima debolezza, venga spontaneamente abbandonata a se stessa dai moralizzatori-giustizieri di ogni bandiera e trovi al suo interno pur modeste energie umane per non essere d’ostacolo ad una modesta ripresa di credibilità di tutte le Istituzioni dello Stato.

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