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Editoriale

SULLA SCIALUPPA DELLA VITA

MASSIMO LODI - 21/09/2012

La spiaggia di Omaha, foto di Carlo Meazza©

A destra s’intravede, poco più grande d’un puntino, un uomo che cammina solitario. Di fronte a lui l’infinito d’una spiaggia, a sinistra le onde infinite dell’oceano. Siamo a Omaha beach, nella Normandia, dove alla metà del secolo breve sbarcarono gli Alleati venuti a liberarci dal nazifascismo. Non è una foto d’epoca, è una foto attuale. L’ha scattata la mano artistica di Carlo Meazza, senza l’intento preordinato di documentare alcunché, solo con il desiderio lieve (fanciullesco, genuino, libero) di fermare un attimo di contemporaneità.

Questa foto ci racconta molto della contemporaneità. Prima di tutto la solitudine. Quell’uomo che avanza senza compagnia, o magari che sosta (chi può dirlo?) meditando sul suo vagabondare, è schiacciato, e addirittura soffocato dalla solitudine o invece la solitudine gli permette di liberarsi da afflizioni e sofferenze? La prima idea è che prevalga lo smarrimento, la seconda è che primeggi la libertà. Infine la spunta quest’ultima, forse per obbligato riflesso storico. O forse, e semplicemente, perché è nella nostra natura che la speranza vinca sulla resa. Un po’ come ci succede, un giorno sì e l’altro pure, sotto l’incalzare del crisone economico-finanziario: ci perdiamo d’animo, fino a quando l’animo si ribella, e ordina di sconfiggere il pessimismo.

Questa foto ci racconta molto dell’ombra che è fuori e dentro di noi. È una foto con ricchezza di chiaroscuri. Potremmo definirla una foto in grigio. Non celebra e propaganda la distinzione netta tra bianco e nero, sussurra e afferma la sfumatura del grigio. Di tanti grigi. Anche qui, siamo nella perfetta contemporaneità, che distribuisce dubbi, incognite, misteri. Come dietro l’ingobbirsi d’una duna, l’elevarsi d’un cavallone. Spazi scuri di sconosciuta frequentazione: che cosa riserveranno? È una specie di teatralità del timore, che s’impone d’un botto. Tuttavia temperata dalla visione dell’orizzonte, là sul limitare della figura. Quella linea dell’orizzonte, su cui si riflettono i bagliori argentati del mare agitato dai suoi impeti, segnala un possibile itinerario con ormeggio sicuro: l’incoraggiamento a credere che si possa andare al di là d’una paura. Una specie di promessa di un ordine alla fine di un disordine.

Questa foto ci racconta molto del respiro profondo della vita. La guardiamo e ci pare di respirarla a pieni polmoni, la vita. È una sensazione di serenità improvvisamente ritrovata. Quasi una carezza fisica al sentimento. Addirittura è – sembra essere, questa foto – una parola consolatoria. E fiduciosa. Come se dicesse: affidatevi alla traccia della sponda che corre a fianco dell’omino solitario e andate via calpestando la sabbia, senza chiedervi dove andare. In fondo questo è il vostro (il nostro) destino: andare non dove si decide, ma dove si è condotti. Ecco, questa foto ci racconta molto, e forse tutto, della sorte di cui bisogna stare attenti a cogliere l’ineluttabilità: ciascuno è atteso da una Omaha sulla quale sbarcare per reimbarcarsi meglio nella scialuppa della vita.

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