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Società

QUANDO LA FAMIGLIA REALIZZA L’UOMO

LIVIO GHIRINGHELLI - 12/10/2012

Nella società contemporanea si ravvisa sempre più il pericolo che la famiglia sia respinta nella sfera privata, mentre non è un istituto esclusivamente privatistico. Nel De officiis (1,17,54) Cicerone la definisce principium urbis et quasi seminarium rei publicae. Ed è invero una società naturale, la prima, fondata sul matrimonio (v. art.29 della Costituzione), tesa a dare stabilità e obbligazione sociale. Per Emmanuel Mounier (filosofo del personalismo) la famiglia “socializza l’uomo privato e interiorizza i costumi”. Ed è poi una cellula in senso verticale, intergenerazionale. Il che non significa che promuovendo le famiglie in senso proprio si debbano necessariamente penalizzare le unioni di fatto, che hanno bisogno peraltro di regole precise in termini di diritti, ma anche di doveri. Una volontà, più che libera, libertaria, ai limiti atomistica, che non chiede autorizzazioni sociali, né assume responsabilità di stabilità, mette in crisi la relazionalità. La famiglia concepita in corrispondenza con la struttura dinamica e relazionale della persona ne realizza invece le istanze. È opportuno allora chiamare in causa un’antropologia incentrata su una concezione integrale della persona, che valorizzi al contempo la singolarità soggettiva e la costitutiva dimensione relazionale. Ricerca di sé e abbandono al mondo delle emozioni, pulsioni instabili dei soggetti, un amore non orientato e non progettuale a sufficienza sono all’origine di chiusure individualistiche e di scarsa solidarietà.

In contrasto con certa cultura di massa veicolata dai media la Chiesa rivendica nell’amore coniugale le caratteristiche di oblatività, fecondità, fedeltà creativa, come un possibile riflesso del mistero trinitario. Questo ben oltre la tentazione del possesso e della sopraffazione. Non basta la logica della reciprocità e dello scambio, quanto invece si deve affermare la logica del dono, della gratuità radicale. È una comunità d’amore oltre le enfasi giuridico-economiche dalla scarsa connotazione interiore. In questa scuola di donazione i rapporti d’amore e di fedeltà sono liberamente accettati per una duttilità inesausta dell’amore oblativo. Non si tratta poi della somma di individui, ma della sede ove si imparano e si sviluppano gesti di responsabilità interindividuali.

Certo in una società in cui dominano in larga parte nichilismo, relativismo, utilitarismo gretto, consumismo, edonismo è facile che nelle relazioni di coppia si determini una fragilità psicologica e affettiva, aggravata dallo stress per tempi di lavoro, mobilità. Incide pesantemente la precarizzazione dei rapporti di lavoro; gli ammortizzatori sociali risultano sempre meno adeguati, mentre il criterio di risorse erogate a una platea tanto estesa, quanto indifferenziata, nel nome dell’equità sociale e della lotta contro le disuguaglianze non vale più; deve intervenire la selezione ove le risorse sono limitate a favore di un riequilibrio sostanziale. Le politiche familiari di sostegno vanno riqualificate e riquantificate. Si pensi poi all’importanza della famiglia concepita come ammortizzatore sociale.

Per i cristiani vale comunque il monito di Mt 19,6: Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non separi.

Solo un legame stabile consente l’approfondimento della relazione. Per quanto riguarda le unioni omosessuali può valere la considerazione dell’affetto reciproco, ma sono la negazione in radice della fecondità. Comprensione quindi, ma non equiparazione. Quella comprensione, che non si rifà a una rigida cultura dei legami familiari, che è sobrietà rispetto alla predicazione enfatica.

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