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Politica

IL MEGAFONO DEL COMANDANTE

MASSIMO LODI - 19/10/2012

Il tramonto del formigonismo reca con sé una malinconia: prendere atto del nuovo (il formigonismo delle origini era il nuovo per vocazione) che invecchia. Si involve e s’avvita. Ignora la freccia del sorpasso dei tempi. Non scorge l’ombra dell’aspettativa delusa: le speranze si erano fatte realtà, ora la realtà disfa le speranze. Il formigonismo è stato una cultura epocale, vent’anni di traccia fortemente segnata. Nacque per la convinzione ideale, e la necessità politica, di testimoniare la presenza cattolica nella società. Un tanto di religiosità e un tanto di realismo: abbinamento sul quale si sprecarono le discussioni, e gli accanimenti, dentro la cerchia ecclesiale e fuori di essa. Vi s’infuocò una generazione, e poi un’altra ancora. Di sicuro si può dire che il formigonismo, attuazione pratica d’un disegno spirituale, non lasciò indifferenti. Lasciò partecipi: sia i favorevoli e sia i contrari.

La sua crisi non è avvertita dai simpatizzanti – e perfino dagli antipatizzanti – come pensionamento del progetto. Semmai come transizione e metamorfosi. Anche come passaggio da una forma leaderistica all’altra, cassando il narcisismo. E, se del caso, come trasloco da un’alleanza all’altra. A importare non è il destino politico d’una persona, ma il destino delle persone, delle quali la politica si mette al servizio: guai a immaginare o perseguire il contrario.

Di questo si preoccupano gli amici (alcuni diventati ex amici) di Formigoni: c’è innanzitutto una missione di testimonianza da proseguire, e bisogna impegnarvisi. Al governatore l’han detto e ridetto negli ultimi tempi, contestandogli una “hybris” – un’arroganza intellettuale, prima di qualunque altra arroganza – non corrispondente al profilo richiesto dal compito istituzionale, dalla figura carismatica, dall’esempio etico.

La malinconia viene da qui. Dalle spallucce irridenti all’appello. Dall’incapacità di perpetuare la sprintante passione degli esordi. Dall’insistere a non svoltare, preferendo tirare diritto anche di fronte all’evidenza dei segnali di svolta: eccolo, l’errore grave d’un capo disattento a cogliere gli umori dei tanti che l’avevano investito del ruolo. E vi avevano investito la risorsa della fiducia, nella certezza che fosse la scelta giusta da compiere in nome d’una fede condivisa.

La caduta della Regione Lombardia è perciò ben più della caduta d’una legislatura. O di un’egemonia politica. O d’un virtuosismo economico-sociale. È una caduta esistenziale, il venir meno d’un modello di vita  confusosi fra tante vite da prendere non esattamente a modello. Di conseguenza, da sostituire non c’è solo un governatore, una maggioranza, una rete di relazioni, eccetera. Da sostituire è come se ci fosse un’anima popolare che aveva trovato il soggetto in cui identificarsi, adesso non l’ha più e si confessa svuotata e smarrita.

La sensazione di straniamento che spaurisce i militanti – e non solo i militanti: i cedimenti epocali portano ovunque la polvere delle macerie – somiglia a quella raccontata dal filosofo danese Soren Kirkegaard nelle pagine del suo “Diario”: “La nave è in mano al cuoco di bordo. E ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma quello che mangeremo domani”. Chissà dove andrà la nave lombarda, in queste mani. Con questi avvisi. A questo punto.

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