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Cultura

VARÉS NEI PROVERBI

FERNANDO COVA - 23/11/2012

I detti milanesi fanno spesso riferimento alle nostre zone. Oltre al noto “Andà de Vares”, che significa decadere sotto ogni aspetto, abbiamo i ” sciabalitt de Vares”, coloro che a causa di una scarsa alimentazione e vivendo in ambienti malsani soffrivano di scrofola e rachitismo. Un detto si riferisce anche ai matti: “Ul matt de Varès, al cumpra a vòtt e al vend a ses”, con perdita secca sicura. Per un manufatto male eseguito o in cattiva condizione si diceva “l’è ona roba de Varès” oppure ” l’è ona varesada”.

 “Andà a Robarell” indica chi ruba, probabilmente per la semplice omonimia, come il simile “Andà a Grattasoeuj”; spostandoci nei dintorni troviamo “Malnà malvivent, bona tera e cativa gent”, ma anche, lì vicino, “Bizzozzero, Gurone con Vedano empievan le prigioni di Milano”. In milanese, ma anche in bosino, vi è “malnatt” che significa brutto elemento, screanzato, maleducato; ma c’entra qualcosa Malnate?

Per gli abitanti sui confini “Gent de confin o lader o assassin”, perché compiuto il misfatto potevano nascondersi in un altra nazione.

Andando verso sud troviamo “A quij de Bust e Gallarà, tocchegh-sù la man e lassi andà” ovvero diffida di questi abitanti oppure “Quij de Bust e de Legnan tegnen in pée la forca de Milan”, tutti derivati da campanilismi del tempo passato. “Va on poo su la brughera de Gallaraa” significava vai al diavolo; la brughiera era un terreno incolto i cui arbusti servivano per confezionare scope.

“Vess de Bust” significava essere un babbeo, ma aggiunge il Cherubini elencando industriose famiglie “danno solenne smentita a questo dettato”. La furbizia dei bustocchi era ricordata quando veniva applicato uno stratagemma particolarmente astuto, tale soluzione veniva chiamata ” la pest de Büst”: si narra che nel medioevo quando le bande di soldati si avvicinavano alla città e ai suoi celebri vigneti venivano issate nelle vicinanze del paese cartelli con raccapriccianti disegni e la scritta “borgo appestato”, perché, alla vista di tali cartelli, le soldatesche avrebbero cambiato direzione, preservando il borgo dal saccheggio.

“Andà a toeu quij de Bùst”, “Ghe voeur quèi de Bùst” e “Ciamà quij de Bùst”: ci si riferisce in particolare a un locale che risulti troppo piccolo per lo scopo a cui è destinato. Una vecchia leggenda narra che alcuni ingenui si sarebbero illusi di spostare delle pareti a forza di spallate ma alcuni buontemponi sparsero dei fagioli sul pavimento e tali fagioli diedero l’illusione che le pareti si spostassero. Prese anche il significato di voglio fare ma non posso.

“Tre dònn fann el mercàa de Saronn”, e in bosino “Un òca e dó donn fann ur marcàa da Saronn”, per descrivere la confusione generata dal loro cicaleccio simile a quello di un importante mercato.

Per coloro che vivono sui fiumi vale il detto “Gent de rivera, gent de galera”, probabilmente perché i fiumi, per noi il Ticino, segnavano il confine quale rifugio per coloro che dovevano regolare conti con la giustizia.

È comunque bene puntualizzare che spesso il nome della località veniva usato solamente in funzione della rima, senza alcun collegamento storico.

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