Navigando nel web mi sono imbattuta in una frase che più o meno suonava così: “Che cosa penso? Non lo so, non l’ho ancora scritto”. Sono rimasta perplessa per qualche secondo e poi mi sono detta: ma sai che è vero? Ci sono situazioni, considerazioni, riflessioni che riesci a vedere chiaramente solo se le scrivi.
Non parlo degli appunti che si prendono a margine di un testo per approfondirne e valutarne il contenuto: questa è – o almeno era – una prassi automatica dello studente o comunque del lettore non superficiale. Mi riferisco al mio modo di riflettere.
A volte mi capita di avere un’intuizione e di sentire che sotto c’è tutta una matassa di argomentazioni che andrebbe dipanata per poter dare un senso a quello spunto. La pigrizia, le attività quotidiane, nel migliore dei casi il tempo dedicato ai rapporti con gli altri mi impediscono di farlo. E l’intuizione scivola nell’archivio della memoria da dove è sempre più difficile farla riemergere.
Ma se mi metto a scrivere, il filo pian piano si srotola, le argomentazioni affiorano, soprattutto nascono le domande e prendono consistenza i dubbi. L’intuizione, che era assertiva, diventa un’ipotesi, se ne accostano altre e alla fine, anche se non sempre posso dire “che cosa penso”, ho acquisito una ricchezza che prima non avevo. È come se utilizzassi l’ironia e la maieutica di Socrate senza Socrate, o meglio, lasciando il suo ruolo al foglio bianco che aspetta di essere riempito.
Non è quasi mai un lavoro veloce e alcuni argomenti richiedono, oltre alla riflessione, studio e ricerca. Perciò temo che sarà sempre più difficile per le nuove generazioni trovare il tempo e la voglia di elaborare un pensiero scritto, a causa della fretta e della superficialità favorite spesso dai social. Se poi si userà in modo improprio l’intelligenza artificiale, le cose sicuramente peggioreranno.
Un gruppo di ricercatori, provenienti da diverse prestigiose università statunitensi, ha sottoposto 1200 persone ad un esperimento semplice: dovevano risolvere problemi di matematica e comprensione del testo. A metà dei partecipanti era concesso di usare GPT-4. Ad un certo punto, senza preavviso, l’accesso veniva tolto. Chi aveva usato l’AI non solo commetteva più errori rispetto all’altro gruppo, ma, non avendo più quell’aiuto, rinunciava anche a riprovare in modo autonomo.
I ricercatori l’hanno chiamato “effetto rana bollita”: come la rana non si accorge del pericolo di morire bollita se l’acqua in cui è immersa si scalda a poco a poco, così affidarsi all’intelligenza artificiale per risolvere i problemi potrebbe gradualmente ridurre la capacità del cervello umano di affrontarli.
Tempo fa avevo scritto che mi piacerebbe rinascere tra cent’anni per vedere come sarà cambiato il mondo, ma adesso non ne sono più tanto sicura.